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ACCOGLIENZA MIGRANTI LGBTQ+: approccio pratico alla normativa

di Martina Bossi e Giacomo Tarsia

Con la rubrica LMPride abbiamo già introdotto le criticità relative all’accoglienza dei migranti LGBTQ+, mettendo anche in risalto alcune buone pratiche contenute nella normativa italiana che contraddistinguono il nostro approccio giuridico da quello degli altri Paesi membri.

Avendo introdotto il quadro teorico-giuridico, con il presente articolo volgiamo analizzare la parte più pratica e concreta della materia trattando nel dettaglio l’applicazione della normativa italiana alla categoria di migranti LGBTQ+, le sue problematiche e le criticità legate alla peculiarità della fattispecie. Nello specifico dunque, andremo ad esaminare il tipo di supporto che può – e dovrebbe – essere offerto a questa categoria ulteriormente vulnerabile di migranti al momento della presentazione della domanda di protezione internazionale (di seguito “domanda”) e quali siano le principali complicazioni che i richiedenti asilo e gli operatori – legali e sociali – si trovano a dover affrontare.

Gli operatori dei centri di accoglienza o delle associazioni del territorio (di seguito “operatori”) infatti, chiamati ad assistere il richiedente asilo in ogni steps del sistema accoglienza – e non solo – si troveranno infatti, a dover supportare la persona già nella fase di reperimento di tutti gli elementi e della documentazione necessari a motivare la domanda, in modo che venga riconosciuto lo status di rifugiato. 

Iter pratico dell’esame della domanda in Commissione Territoriale

I documenti e gli elementi rilevanti (come ad esempio le affermazioni dei richiedenti, che solitamente sono la principale fonte di prova) verranno valutati nell’esame dei fatti e delle circostanze richiesto dall’articolo 3 del d.lgs. 251/2007 – per una breve analisi del decreto e i suoi effetti clicca qui.

L’esame ha come obiettivo quello di accertare se:

  • il richiedente tema persecuzioni;
  • in caso di risposta affermativa, se tale timore sia fondato;
  • se la persecuzione avvenga per motivi di razza, religione, nazionalità o di appartenenza ad un particolare gruppo sociale o politico

I responsabili delle decisioni (ordinariamente i funzionari della Commissione Territoriale) devono stabilire se le affermazioni dei richiedenti protezione internazionale, riguardanti il loro percorso e i motivi per cui hanno lasciato il proprio Paese d’origine, siano autentiche, e cioè se possano essere giudicate credibili. E quando la richiesta d’asilo è basata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, è in discussione un aspetto specifico: è credibile che quella persona faccia parte, o sia percepita come parte, di un gruppo sociale formato da persone che condividono lo stesso orientamento sessuale o la stessa identità di genere?

Proprio per la difficoltà di provare “scientificamente” aspetti così complessi come quelli dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – e soprattutto di spiegarli in  maniera tale che risultino credibili ad una Commissione che può risultare ampiamente scettica in merito all’ulteriore difficoltà che potrebbe vivere il migrante nel fare un coming out, tenendo anche conto che spesso i mediatori culturali presenti durante l’esame provengano dalla stessa comunità di origine – la figura dell’operatore legale diventa di fondamentale importanza.

Per molti aspetti, ancor più dell’avvocato – che teoricamente dovrebbe anche essere retribuito dal richiedente perché non è prevista assistenza legale gratuita in questa fase (nella pratica però, grazie ad associazioni della società civile nate solo con questo scopo, è molto difficile che il richiedente asilo che abbia assoluta necessità di accedere ad un supporto legale paghi per lo stesso).

Vademecum per l’operatore legale

In questo paragrafo, vogliamo cercare di indirizzare l’operatore legale che è chiamato ad assistere il richiedente protezione internazionale per prepararlo all’audizione in Commissione Territoriale.

Sebbene non si possano ridurre i casi concreti ad un’elencazione asettica di domande e fenomenologie esaustive, gli sforzi dell’operatore devono essere incentrati ad instaurare un tipo di relazione con il migrante LGBTQ+ tale per cui riesca a far emergere i seguenti punti:

  • che tipo di difficoltà la persona ha dovuto affrontare nel proprio Paese d’origine;
  • quali difficoltà potrebbe incontrare se rientrasse nel Paese d’origine;
  • cercare di far emergere il nesso causale del perché queste difficoltà sorgerebbero al rientro (l’obiettivo qua è quello di far emergere la fondatezza del timore di persecuzione, motivo essenziale ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato).

Una volta acquisiti questi elementi direttamente dalla persona diretta interessata, il lavoro dell’operatore non si ferma qua.

Per cercare di dare maggiore forza alle dichiarazioni del richiedente protezione internazionale – con l’obiettivo di puntare al riconoscimento dello status di rifugiato ma tenendo sempre pronta una strategia alternativa mirante a far riconoscere quantomeno la protezione sussidiaria laddove l’esame della domanda in Commissione, per qualsiasi motivo, non produca i risultati sperati -, l’operatore legale dovrebbe effettuare un’attenta analisi geopolitica e sociale riguardante:

  1. le condizioni in cui la comunità LGBTQ+ versa nel Paese d’origine, con riferimento specifico alla regione od all’area dove il richiedente viveva;
  2. nel caso in cui il richiedente abbia subito vessazioni e/o persecuzioni prima della partenza, l’esistenza di situazioni individuali similari alla sua così da mettere in risalto una condizione corale e non individuale nel Paese d’origine – che consente così l’associazione del migrante LGBTQ+ all’interno di un determinato gruppo sociale;
  3. nel caso in cui il richiedente non abbia subito vessazioni e/o persecuzioni prima della partenza, l’attuazione delle stesse ai danni di altre persone facenti parte della comunità LGBTQ+. La strategia da adottare in questo caso dunque, è quella di ricorrere all’argomentazione del gruppo sociale – necessaria ai fini dell’applicazione della Convenzione di Ginevra per il riconoscimento dello status – per far applicare alla Commissione un’interpretazione estensiva della vicenda singola prospettata e convincerla così del forte rischio di persecuzione che il richiedente che si assiste correrebbe se facesse rientro nel Paese d’origine.

Questo lavoro di reperimento di elementi atti a far orientare la Commissione verso la concessione della protezione internazionale non è affatto un lavoro agevole.

Indipendentemente dall’instaurazione del rapporto di fiducia a cui si faceva riferimento sopra infatti, potrebbe accadere che l’orientamento sessuale o l’identità di genere del richiedente emerga in sede di audizione in Commissione od addirittura, in sede di presentazione di una nuova domanda (spesso ne è proprio il motivo di ripresentazione dopo aver ottenuto un primo diniego perché in sede di prima domanda non si era riusciti a far emergere il vero motivo della richiesta di protezione da parte della persona) con tutti i rischi – da valutare da un punto di vista strategico caso per caso – che si potrebbero correre nel caso di domanda reiterata.

Le motivazioni alla base di questa successiva apertura del migrante rispetto al proprio orientamento sessuale od all’identità di genere possono essere i più vari, ma sicuramente da annoverare tra i più frequenti vi sono:

  1. la paura di poter essere criminalizzati o di non ricevere tutele adeguate, molto spesso perché si proviene da Paesi in cui l’omosessualità è condannata penalmente oltre che socialmente;
  2. la paura di ammettere la propria appartenenza alla comunità LGBTQ+ di fronte ad un mediatore culturale che potrebbe provenire dalla propria comunità di riferimento – sul territorio italiano e/o nel proprio Paese d’origine – e quindi la paura dell’isolamento e di possibili vessazioni successive;
  3. la vergogna che molto spesso deriva da omofobia interiorizzata;
  4. la mancanza di consapevolezza circa il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere;
  5. l’ignoranza circa il fatto che il motivo di orientamento sessuale od identità di genere è uno dei motivi che permette di accedere allo status di rifugiato

Queste difficoltà di accettazione di sé o di volontà di raccontare dettagli così intimi della propria vita – dettagli che molto spesso ci impiegano anni per venir elaborati in maniera positiva – rischia di suscitare la diffidenza o lo scetticismo della Commissione Territoriale, andando quindi a pregiudicare il suo giudizio circa la credibilità del migrante LGBTQ+ ed aumentando così la possibilità per lo stesso di vedersi diniegata la protezione internazionale.

Per tutti questi motivi, e per altri che affronteremo man mano con la rubrica LMPride, Large Movements è fortemente convinta che gli operatori legali e sociali hanno un ruolo fondamentale per rendere concretamente applicabile una tutela giuridica che altrimenti rischia di rimanere solo astratta. Ed è proprio per garantire l’effettività di questa tutela che appare essenziale dunque che tutte le figure dell’assistenza – operatori, mediatori, funzionari delle Commissioni Territoriali – si formino sulle varie vulnerabilità specifiche alle quali va incontro un migrante LGBTQ+, sia esso un richiedente protezione internazionale o meno.

Per di più, riteniamo che ci sia bisogno di produrre materiale informativo di qualsiasi tipo (volantini, cartelli, brochure, ecc.) fruibile dai migranti stessi – quindi che sia redatto nelle lingue più diffuse e che venga utilizzato un linguaggio diretto, semplice ed immediato – e che fornisca loro le informazioni e/o gli strumenti necessari per capire:

  1. che l’orientamento sessuale o l’identità di genere non è uno stigma sociale od un lato di sé che deve essere criminalizzato;
  2. come fare richiesta di asilo sulla base della persecuzione – diretta o meno – subita nel proprio Paese d’origine in ragione dell’orientamento sessuale o dell’identità di genere.

Large Movements nei prossimi mesi lavorerà affinché questi due filoni informativi – lato migranti e lato operatori del sistema di accoglienza, intesi nel termine più ampio – vengano sviluppati il più possibile dalla società civile e che, quelle che al momento sono delle “mere” best practices, diventino la prassi nell’assistenza dei migranti LGBTQ+.

C’è ancora molto lavoro da fare, anche da un punto di vista di ricerca sul tema, ma il team di LMPride è pronto a mettersi in gioco anche con nuove e proficue collaborazioni!

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

Giacomo Tarsia

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