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NON E’ FINITA: ECHI LGBTQ+ DAL MONDO

Questa settimana, LM Pride vuole celebrare il Pride Month ricordando a tutti noi che la battaglia per il riconoscimento della parità dei diritti delle comunità LGBTQ+ e, in alcuni casi verso il riconoscimento della propria esistenza, non è finita. 

Pur se negli ultimi anni, con l’aumentare dell’attenzione della comunità internazionale verso le condizioni delle persone LGBTQ+ nel mondo, abbiamo assistito a dei miglioramenti sostanziali – quantomeno dal punto di vista giuridico –, il Rapporto di Ilga (International Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex Association) World 2020 ci restituisce una fotografia di un mondo ancora altamente discriminante nei confronti della comunità LGBTQ+, in cui si deve ancora parlare di una vera e propria omofobia di Stato. 

Ed anche i miglioramenti positivi riportati nel Report, non implicano la parità dei diritti tra cittadini LGTBQ+ e cittadini etero. A tal proposito – ed a mero titolo di esempio – si riportano due miglioramenti legislativi recenti: 

  1. Sudan: lo scorso luglio 2020 il Paese ha abrogato la pena di morte e le altre pene corporali fino a quel momento previste come sanzione qualora una persona fosse stata ritenuta colpevole del reato di sodomia. Attualmente, dunque, la pena per quello che è tuttora considerato un reato, è “limitata” ad una pena detentiva fino a sette anni. Se però, si è riconosciuti colpevoli di sodomia per tre volte, allora la pena detentiva può essere prorogata a vita; 
  1. Belize: nel 2019 la Corte d’Appello ha recepito in una sentenza una precedente ordinanza della Corte Suprema del 2016, la quale dichiarava incostituzionale le legge varata contro la sodomia durante il periodo coloniale.  

Vale la pena menzionare che la maggior parte dei paesi che hanno subito la colonizzazione europea, prima dell’arrivo dei coloni occidentali non mettevano in atto alcun tipo di repressione nei confronti dei membri LGBTQ+ della loro comunità. Al Belize va il merito di aver evidenziato questo ulteriore “lascito coloniale” in una sentenza, anche se il Paese non ha ancora recepito l’orientamento della Corte Suprema in una legge ordinaria.

 La strada verso una decriminalizzazione globale è ancora lunga

Il sopra citato Rapporto Ilga, rileva che negli ultimi anni in alcune zone del mondo si è assistito ad un peggioramento delle condizioni di trattamento della comunità LGBTQ+. 

Si menzionano a titolo di esempio: 

  1. Turkmenistan: il paese nel 2019 ha inserito un emendamento nel proprio Codice penale con il quale è stata inasprita la pena applicata nei confronti di coloro che vengono giudicati colpevoli del reato di sodomia. Attualmente, infatti, si può essere detenuti in carcere fino ad un massimo di 5 anni (precedentemente erano un massimo di 2); 
  1. Russia: nel 2020 sono stati emanati una serie di emendamenti alla Costituzione e ad altre leggi ordinarie, che hanno di fatto inasprito le già difficili condizioni di vita dei membri LGBTQ+ nel continente; 
  1. Cecenia: questa è uno Stato a maggioranza mussulmana facente parte della Federazione Russa dove, dal 2017, è in atto un vero e proprio genocidio nei confronti dei membri della comunità LGBTQ+ del paese. Gli attivisti denunciano una persecuzione che segue le modalità di un pogrom poiché la polizia arresta chiunque sospetti di essere gay e sottopone la persona a tortura fino ad ottenere i nomi di altri dieci gay – che a loro volta verranno arrestati e torturati. 

Spesso gli arrestati muoiono a causa delle torture ed in quel caso di loro non si ha più alcuna traccia. Sorte non migliore tocca a chi invece sopravvive: la persona, infatti, viene “restituita alla propria famiglia” e nel farlo la polizia informa i famigliari della ragione dell’arresto, chiedendo esplicitamente di uccidere il proprio famigliare omosessuale. Le testimonianze raccolte denunciano che il più delle volte i maschi della famiglia trovano del tutto naturale eliminare il proprio fratello, sorella, figlio o figlia degenere.  

Per capire il livello di omofobia di Stato che è tuttora in atto in Cecenia, si riportano le parole del Ministro dell’Informazione Dzhambulat Umarov il quale, interrogato sulle accuse di persecuzione affermava trattarsi di “una totale fesseria. Non seminate i semi della sodomia nella benedetta terra del Caucaso. Non cresceranno come nella pervertita Europa. Lasciate in pace la Repubblica cecena” 

Inquietante fotografia di insieme 

Si riporta di seguito, la mappa pubblicata dal Rapporto Ilga 2020 aggiornata con la situazione legislativa all’interno della quale deve muoversi la comunità LGBTQ+ di quel paese: 

Da questa mappa ed a seguito delle analisi dei dati contenuti nel Report più volte citato, si rileva che moltissime sono ancora le barriere legali – di varia natura – che impediscono alla comunità LGBTQ+ di un determinato paese di esprimersi e/o amare liberamente. 

Si riportano di seguito una serie di dati così da restituire immediatamente la drammaticità delle condizioni in cui si trovano a vivere migliaia di membri della comunità LGBTQ+ nel mondo: 

  • 67 Paesi Membri delle Nazioni Unite ad oggi prevedono sanzioni penali e 2 Paesi Membri, pur non prevedendolo espressamente nella legge, impongono sanzioni penali de facto a chi è giudicato colpevole di sodomia. 

Per meglio concepire la gravità e la diffusione dell’omofobia di Stato, basti pensare che questi Paesi rappresentano il 35% del totale dei Paesi Membri dell’ONU

Di questi Paesi: 

  1. 31 sono in Africa (quasi metà del Continente) e sono: Algeria, Burundi, Camerun, Ciad, Comore, Egitto (de facto), Eritrea, eSwatini, Etiopia, Gambia, Ghana, Guinea, Kenya, Liberia, Libia, Malawi, Mauritania, Mauritius, Marocco, Namibia, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, SomaliaSudanSud Sudan, Tanzania, Togo, Tunisia, Uganda, Zambia, Zimbabwe; 
  1. 21 sono in Asia e sono: Afghanistan, Arabia Saudita, Bangladesh, Bhutan, Brunei, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Iran, Indonesia (solo certe province), Kuwait, Libano, Malesia, Maldive, Myanmar, Oman, Pakistan, Palestina (solo Gaza), Qatar, Singapore, Sri Lanka, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan, Yemen 
  1. 10 sono in America Latina e nei Caraibi e sono: Antigua e Barbuda, Barbados, Dominica, Grenada, Guyana, Jamaica, Saint Kitts & Nevis, Saint Lucia, Saint Vincent e Grenadine 
  1. 7 sono in Oceania e sono: Kiribati, Papua Nuova Guinea, Samoa, Solomon Islands, Tonga, Tuvalu e le Cook Islands (giurisdizione indipendente neozelandese)  
  • Almeno 42 Paesi Membri UN presentano, all’interno della loro legislazione, barriere alla libertà di espressione su tematiche concernenti orientamento sessuale e genere; 
  • Almeno 51 Paesi Membri UN presentano restrizioni legali alla creazione ed all’attività di reti associative presenti sul territorio nazionale per assistere i membri della comunità LGBTQ+; 
  • 11 Paesi Membri UN ed uno non aderente alle Nazioni Unite non presentano alcuna garanzia costituzionale che preveda parità di trattamento di tutti i cittadini, indipendentemente dall’orientamento sessuale. 

Il dato più drammatico rilevato nel Report dell’ILGA – e confermato da qualsiasi osservatorio internazionale sui diritti umani che si dedica al tema – è però quello riguardante la pena di morte prescritta per atti omosessuali consensuali

Nel 2021 infatti, ancora esistono 6 Paesi Membri delle Nazioni Unite che esplicitamente prevedono questa sanzione nel loro Codice penale, ossia: Brunei, Iran, Mauritania, Nigeria (solo 12 Stati del nord), Arabia Saudita e Yemen. 

Vi sono poi numerose denunce che sembrano confermare che in ulteriori 5 Paesi Membri delle Nazioni Unite, pur non essendo prevista esplicitamente la pena di morte nel Codice penale, la stessa venga applica come sanzione de facto, ossia: Afghanistan, Pakistan, Qatar, Somalia (compreso il Somaliland) e gli Emirati Arabi Uniti. 

LM Pride ha ritenuto fondamentale accendere i riflettori su quello che sta ancora accadendo nel mondo in occasione del mese in cui si promuovono l’autoaffermazione, la dignità, l’uguaglianza e la maggiore visibilità della comunità LGBTQ+. Nel festeggiare le conquiste che la comunità LGBTQ+ occidentale è riuscita ad ottenere dopo anni di lotte, infatti, non dobbiamo dimenticarci che il processo iniziato dai movimenti di Stonewall del 1969 è ancora lungo. 

Large Movements vuole quindi invitare la comunità LGBTQ+ europea a farsi portavoce delle istanze di comunità che non possono nemmeno autodefinirsi senza rischiare la propria vita, affinché in tutto il mondo si potrà gridare liberamente: 

Say it clear, say it loud. Gay is good, gay is proud”  

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

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