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Giornata internazionale per il genocidio in Rwanda

Il 7 aprile di ogni anno si commemora una delle pagine più orribili della storia contemporanea, il genocidio in Rwanda.

Questa giornata deve servire da monito ma anche e soprattutto da punto di partenza per restituire una narrativa reale degli accadimenti che oggi, a distanza di più di 25 anni, ancora sono colpevolmente mal esposti nel mondo occidentale per evitare di riconoscere le responsabilità della comunità internazionale.

Quello del genocidio del Rwanda non è sicuramente l’unico caso in cui le superpotenze coloniali evitano di rappresentare la realtà oggettiva dei fatti ma è certamente quella in cui i tentativi di depistaggio dell’opinione pubblica europea – ma anche la totale indifferenza di gran parte della stessa di fronte alle sorti di migliaia di uomini, donne e bambini – sono resi più manifesti ed eclatanti.

Il Genocidio in Rwanda: i fatti

Il pretesto che funse da causa scatenante del genocidio fu l’assassinio del Presidente del Rwanda Juvenal Habyarimana mentre viaggiava sull’aereo presidenziale con il Presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira – anch’esso rimasto ucciso nell’attentato.

Il 6 aprile 1994 infatti, l’aereo fu abbattuto da due missili terra-aria durante la fase di atterraggio e si andò a schiantare nei giardini della residenza presidenziale a Kigali, capitale del paese.

Il Presidente Habyarimana era considerato dagli estremisti hutu troppo moderato nei confronti della tribù rivale dei tutsi e, sebbene non siano mai state trovate abbastanza prove per collegare con indiscussa certezza questa frangia estremista all’attentato, il corso immediatamente successivo degli eventi sembra confermare l’ipotesi che siano stati proprio questi estremisti ad uccidere i presidenti africani.

Quasi contemporaneamente all’attentato infatti, nelle strade della capitale sorsero i primi posti di blocco dove i civili venivano fermati, perquisiti e, se appartenevano all’etnia tutsi, freddati sul posto.

Durante la notte tra il 6 ed il 7 aprile 1994, i soldati – guidati dal colonnello Théoneste Bagosora, all’epoca dei fatti capo del Ministero della Difesa del Rwanda e considerato la mente che ha architettato il genocidio – entrano nelle case dei leader dei partiti di opposizione e li trucidano uno ad uno.

All’alba del 7 aprile, i militari entrano nella casa del Primo Ministro Agathe Uwilingyimana – prima e tuttora unica donna a ricoprire questa carica in Rwanda – appartenente agli hutu moderati, la stuprano ed infine la uccidono. Gli stessi militari impediscono l’accesso alla casa della premier ai caschi blu belgi incaricati della sua protezione e, dopo aver trucidato la Uwilingyimana, fanno prigionieri dieci di loro e li portano in un campo militare. Questo singolo fatto bastò per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica belga da quanto successe nei giorni immediatamente successivi.

La mattina del 7 aprile, la radio Mille collines – che già in precedenza lanciava pericolosi messaggi d’odio contro l’etnia tutsi – lancia l’appello a “seviziare ed uccidere gli scarafaggi tutsi”. Da quel momento in poi, si scatena una vera e propria caccia all’uomo che, in appena 100 giorni, porterà:

  • allo sterminio di oltre 800 mila persone, per la maggior parte uomini appartenenti all’etnia tutsi e alcuni hutu moderati;
  • alla tortura ed allo stupro di oltre 250 mila donne, molte delle quali sono diventate sieropositive in seguito alle violenze subite;
  • ad oltre 400 mila bambini rimasti orfani.

Per rendere maggiormente l’idea della follia omicida che si è impossessata del Rwanda, sono state uccise in media circa 335 persone ogni ora, 6 ogni minuto. Tutto nell’assoluta indifferenza della comunità internazionale, la cui unica attenzione in quel momento si concentrava esclusivamente sui dieci caschi blu detenuti nel campo di prigionia militare.

Uno dei massacri più efferati fu compiuto a Gikongoro, l’allora sede dell’istituto tecnico di Murambi, dove oltre 27.000 tutsi vennero massacrati senza pietà tanto che durante la notte dalle fosse comuni in cui i corpi senza vita erano stati gettati il sangue sgorgò e bagnò il terreno circostante.

A rendere ancora più vivida l’idea della brutalità di questa pulizia etnica c’è l’arma privilegiata per perpetrarlo: non bombe, né mitragliatrici, tutte quelle migliaia di persone sono state trucidate a colpi di machete o di bastoni chiodati.

Il massacro ebbe fine solo quando il 17 luglio 1994 il Fronte Patriottico Ruandese (FPR), movimento politico e militare fondato dai tutsi, riuscì a sconfiggere le forze governative.

Il 19 luglio, viene così fondato un governo di unità nazionale guidato dal FPR che tentò di individuare i responsabili del genocidio ma che ebbe l’effetto di originare nuove migliaia di profughi Rwandesi – stavolta dell’etnia hutu, in mezzo ai quali molti dei responsabili si mescolarono e si salvarono dal giudizio. Nel frattempo, tra i profughi Rwandesi scappati nella Repubblica Democratica del Congo si diffondono colera e dissenteria che provocheranno altre migliaia di morti decretando l’impossibilità di determinare con certezza il numero di morti provocati dal conflitto.

Iter giudiziale

Nel 1996 in Rwanda cominciano i primi processi per individuare i responsabili del genocidio ma il sistema giudiziario del paese è impreparato per la mole di cause da dover affrontare.

Fu così che, nel 1997, i processi vennero discussi ad Arusha in Tanzania, di fronte al Tribunale Penale Internazionale per il Rwanda (TPIR), istituito nel 1995.

Il dieci anni, il TPIR prenderà in esame appena 90 casi poiché, data la complessità e le barbarie commesse, ogni istruttoria e ciascun processo sono lunghi e complessi.

Per dare solo qualche esempio della complessità e della follia che è emersa chiaramente dei processi basti citare la condanna del sacerdote Athanase Seromba, colpevole di aver attirato con l’inganno oltre 2000 Tutsi all’interno della sua parrocchia (con la scusa di metterli al sicuro) e di averla poi fatta abbattere a colpi di mitragliatrice dai militari.

Lo stesso sacerdote ordinò inizialmente ad un uomo che guidava un bulldozer di abbattere la chiesa ma, al rifiuto dello stesso, gli sparò e poi si mise all’esterno del perimetro di tiro e fucilò personalmente tutti coloro che tentavano di scappare dalle finestre. Il sacerdote trovò asilo in Vaticano per anni, prima che lo Stato Pontificio cedette alle pressioni della comunità internazionale e lo consegnò al TPIR per essere processato nel 2002.

Per cercare di assicurare alla giustizia quanti più responsabili possibili di dette barbarie e promuovere la definitiva riconciliazione nazionale nel 2001, in Rwanda, vengono istituiti i tribunali gacaca, ispirati a forme di giustizia tradizionale. Detti tribunali furono chiusi nel 2012 ed in totale giudicarono più di due milioni di persone.

Diretta imputabilità del genocidio al passato coloniale

Originariamente il Rwanda era una colonia tedesca, che ne aveva rispettato il regime monarchico dando vita ad un governo “indiretto”.

Nel 1923 però, la proprietà della colonia passa nelle mani del Belgio – su mandato della Società delle Nazioni – che si trovò così a gestire un paese in cui le tre grandi tribù presenti sul territorio – hutu, tutsi ed i twa – vivevano pacificamente da secoli. Le fratture interne al Rwanda infatti, erano su base regionale, non tribale.

Furono infatti i belgi i diretti responsabili dell’escalation di tensioni tra le comunità maggioritarie sul territorio, gli hutu ed i tutsi (i twa rappresentavano solo l’1% del totale).

Amministratori e missionari belgi, su indicazione di un cardinale molto influente dell’epoca, si affrettarono ad intessere rapporti con i tutsi ritenuti “più adatti al comando” perché “razza superiore” originaria dell’Abissinia. Vennero così nominati membri della tribù tutsi in tutti i ruoli di vertice che all’epoca potevano ancora essere occupati dagli africani (ad esempio: capireparto, esattori delle tasse ecc).

D’altro canto, gli hutu erano considerati la massa meno evoluta e vennero immediatamente esclusi dal potere, trattati come subalterni e spesso costretti a lavorare come veri e propri schiavi.

Per rendere ancora più marcata la differenza tribale tra la popolazione, negli anni ’30 il Belgio introduce l’obbligatorietà di indicare la tribù di appartenenza nella carta d’identità. Sessanta anni dopo, durante il genocidio che oggi commemoriamo, questa si rivelerà una condanna a morte immediata per migliaia di tutsi.

Con il passare degli anni i tutsi, forti della loro situazione di privilegio nei confronti dei coloni, iniziarono a chiedere l’indipendenza per il Rwanda e fu proprio per reprimere dette spinte indipendentiste che il Belgio decise di cambiare alleati.

Negli anni ’50, senza alcun preavviso, i coloni belgi cominciano ad interfacciarsi con gli hutu poiché ritenuti più influenzabili e miti, piegati da anni di malcelata schiavitù.

Per “guadagnarsi la loro fiducia”, il governo belga dichiarerà che sono loro a dover essere i depositari del paese in quanto più numerosi dei tutsi.

Questa retorica portò dunque all’inizio della “rivoluzione sociale” del 1959, fortemente influenzata dalla chiesa cattolica belga.

Il governo coloniale non indietreggiò nemmeno di fronte alle violenze che quasi immediatamente scoppiarono ai danni dei tutsi e che portarono alla condanna all’esilio più di 300mila di loro – questi vennero in seguito rinominati “i più antichi profughi dell’Africa”.

I massacri nei confronti dei tutsi continuarono anche oltre l’indipendenza – ottenuta nel 1962 – che però rimase sempre un’indipendenza formale.

I Presidenti democraticamente eletti – Grégoire Kabyibanda prima e Juvenal Habyarimana poi – infatti, poterono contare sempre sull’appoggio del Belgio, che non fece mai nulla per impedire a Kabyibanda di perseguitare la popolazione tutsi.

Fu solo con Habyarimana – appartenente alla frangia di hutu moderati, che furono sterminati a loro volta durante il genocidio del 1994, a partire proprio dal presidente – che i massacri ai danni dei tutsi terminarono.

Il Belgio tenterà di fomentare nuovamente gli hutu tramite canali diplomatici quando, nel 1990, i tutsi rifugiatisi in Uganda si organizzarono nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR) e tentarono di rientrare con la forza in Rwanda. Il soccorso militare agli hutu fu dato dai francesi che inviarono in Rwanda un’enorme quantità di truppe in loro supporto – occupandosi anche dell’addestramento di coloro che soli 4 anni più tardi si macchiarono del genocidio – , diventando di fatto gli interlocutori privilegiati del governo rwandese. Scoppiò così la guerra civile, che si protrasse fino al 1993.

In virtù dei lunghi rapporti intercorrenti tra le due nazioni poi, il Belgio accettò di inviare nel 1993 450 caschi blu (10 dei quali furono affidati alla scorta personale del primo ministro violentata ed uccisa il 7 aprile del 1994). L’ONU affida a detti caschi blu un mandato puramente difensivo ed equipaggiamenti obsoleti.

In cambio dell’invio dei caschi blu, i francesi furono obbligati a lasciare il Rwanda così come sancito dagli accordi di pace siglati lo stesso anno ad Arusha.

Il 14 aprile 1994, il ministro belga Willy Calaes decide in autonomia, senza consultare l’ONU, di ritirare i caschi blu, di fatto abbandonando al loro destino migliaia di persone.

Intervistato sugli accadimenti di quei giorni poi, dichiarerà non solo di non rimpiangere quella decisione ma che sapeva di aver preso la decisione giusta perché la stessa non aveva suscitato alcun tipo di reazione da parte dell’opinione pubblica belga – la quale anzi, aveva fatto chiaramente capire di non voler rischiare la vita di altri cittadini europei, come era successo ai 10 militari fatti prigionieri il 7 aprile.

Fu proprio in virtù della firma degli accordi di pace del 1993, che gli estremisti hutu uccisero con tutta probabilità il Presidente Habyarimana – accusato di essere troppo moderato nei confronti dei tutsi.

Negli anni, molti libri di storia, che per la maggior parte furono pubblicati in Francia, attribuirono la responsabilità dell’attentato al FPR ma nel 2019, grazie ad un’inchiesta di Mediapart, è stato rivelato il contenuto di una nota dei servizi segreti francesi del 22 settembre 1994 nella quale si sottolineava che “quella dell’attacco da parte degli estremisti hutu è l’ipotesi più probabile”. Questa nota è la prova che la Francia – ed il Belgio non è da meno – ha tentato fino all’ultimo di nascondere ed insabbiare la verità sul genocidio del Rwanda, ricorrendo ad ogni mezzo.

Responsabilità delle Nazioni Unite

Gravissimo fu poi l’atteggiamento delle Nazioni Unite, le quali si disinteressarono da subito della questione.

L’agenzia infatti ignorò completamente la richiesta inoltrata dal maggiore generale canadese Roméo Dallaire – comandante delle forze armate dell’ONU in Rwanda che da 2.500 uomini, si trovò nel giro di un mese dall’inizio del genocidio a dover difendere la popolazione tutsi con soli 500 uomini – nella quale invocava un intervento tempestivo della comunità internazionale.

Emblematico è uno stralcio del fax inviato da Dallaire all’ONU: “Dal momento dell’arrivo dell’UNAMIR – Missione di assistenza delle Nazioni Unite per il Rwanda, in vigore dal 1993 al 1996 -, (l’informatore) ha ricevuto l’ordine di compilare l’elenco di tutti i tutsi di Kigali. Egli sospetta che sia in vista della loro eliminazione. Dice che, per fare un esempio, le sue truppe in venti minuti potrebbero ammazzare fino a mille tutsi. (…) l’informatore è disposto a fornire l’indicazione di un grande deposito che ospita almeno centotrentacinque armi… Era pronto a condurci sul posto questa notte – se gli avessimo dato le seguenti garanzie: chiede che lui e la sua famiglia siano posti sotto la nostra protezione.

La nota fu inviata al Dipartimento per le Missioni di Pace dell’ONU che però, non inoltrò mai la richiesta di intervento alla Segreteria Generale né al Consiglio di Sicurezza ONU.

Il 20 aprile 1994, il Segretario Generale presentò il rapporto speciale S/1994/470 dove metteva nero su bianco che, dal momento che le truppe sul terreno erano composte da poco più di 1705 uomini – a seguito del ritiro del contingente belga -, non era più possibile per la missione tentare di pacificare le due parti. Nel rapporto si proponevano tre alternative di intervento, ossia:

  1. Rinforzo immediato e consistente delle forze dell’UNAMIR e modifica del mandato in modo da imporre alle forze combattenti un cessate il fuoco, ristabilire l’ordine, fermare i massacri e permettere l’assistenza umanitaria in tutto il paese;
  2. Riduzione del contingente UNAMIR ad un piccolo gruppo guidato dal comandante militare e dal suo staff, con il compito di intermediazione tra le forze combattenti per raggiungere il cessate il fuoco. Per garantire la sicurezza del team era prevista la presenza di circa 270 uomini;
  3. Ritiro completo delle forze UNAMIR.

Delle tre fu scelta la seconda ma di genocidio non si parlò fino al giugno del 1994 poiché, nonostante gli svariati rapporti presentati alla Commissione per i Diritti Umani dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza fu bloccato dal veto degli Stati Uniti.

Questi infatti erano ancora “offesi” dalla cocente sconfitta inflitta loro nella battaglia di Mogadiscio cinque mesi prima e non volevano riconoscere che crimini contro l’umanità si stavano perpetrando ai danni di popolazioni che li avevano in precedenza sconfitti – poco importava al governo a stelle e strisce che si trattasse di due nazioni differenti.

Il resto dei paesi occidentali è altrettanto colpevole: tutti rimasero a guardare e si limitarono ad inviare contingenti in Rwanda con l’esclusiva missione di salvare i propri connazionali.

Al termine del genocidio poi, le stesse nazioni occidentali – prima tra tutti la Gran Bretagna – offrirono rifugio a coloro che si macchiarono dei crimini direttamente connessi al genocidio poiché non vi erano trattati di estradizione con il Rwanda.

Quanto alla Missione di Pace dell’ONU (l’UNAMIR), questa iniziò a lavorare a pieno regime solo a genocidio concluso, facendo piovere una grande quantità di accuse contro le Nazioni Unite, costringendola a ritirare le proprie truppe dal Rwanda nel marzo 1996.

Ma la bufera contro l’ONU non è ancora destinata a placarsi. Nel 2000 infatti, il The Guardian rivelò che “l’allora Segretario generale dell’ONU, Boutros Boutros-Ghali, giocò un ruolo importante nella fornitura di armi al regime hutu, il quale ha realizzato una campagna di genocidio contro i tutsi in Rwanda nel 1994. Come ministro degli esteri in Egitto, Boutros-Ghali ha facilitato un affare di armi nel 1990, che era di $26 milio ni (18 milioni di sterline) di bombe di mortaio, lanciarazzi, granate e munizioni, trasferite dal Cairo al Rwanda. Le armi furono utilizzate dagli hutu in attacchi che hanno portato fino a 1.000.000 di morti“.

Noi di Large Movements, vogliamo onorare la memoria delle migliaia di vittime del genocidio del 1994, delle donne rimaste in vita ma che per sempre dovranno convivere con le atrocità subite durante quei 100 giorni e dei bambini rimasti orfani, indicando esplicitamente coloro che si sono resi direttamente responsabili di questa tragedia.

Per troppi anni infatti, il coinvolgimento occidentale è stato minimizzato e questo ha contribuito ad accrescere il disinteresse dell’opinione pubblica nei confronti di una pagina talmente recente, brutale e macabra della storia che non può e non deve essere dimenticata.

Questa giornata deve fungere da monito per tutti noi di quali siano i rischi nell’adottare atteggiamenti omertosi e conniventi nei confronti delle vicende delle ex-colonie, capaci di influenzare direttamente l’opinione dei cittadini occidentali. Atteggiamenti che mirano a riprodurre logiche coloniali vecchie di secoli ma che ancora resistono, grazie agli insabbiamenti operati dalle ex potenze che ne erano protagoniste, non possono che sfociare in barbarie come queste.

Ed è il rischio che si sta attualmente correndo in Africa con il sempre maggiore inasprimento – in aperta violazione delle leggi nazionali e della stessa Comunità Africana – del regime dell’esternalizzazione delle frontiere e dell’appalto della gestione delle migrazioni.

L’obiettivo di Large Movements in occasione di una giornata così amara è quello di continuare strenuamente ad informare per non lasciare che la storia si ripeta all’infinito e che finalmente emergano le responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel genocidio del Rwanda, non solo degli autori materiali!

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

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