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GIORNATA INTERNAZIONALE PER L’ABOLIZIONE DELLA SCHIAVITU’ 2020

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L’enciclopedia Treccani definisce la schiavitù come la “Condizione propria di chi è giuridicamente considerato come proprietà privata e quindi privo di ogni diritto umano e completamente soggetto alla volontà e all’arbitrio del legittimo proprietario”.

La scelta di questa giornata ha una forte connotazione simbolica. Il due dicembre del 1949 infatti, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione per la soppressione del traffico di persone e lo sfruttamento della prostituzione altrui, entrata poi in vigore il successivo 21 marzo 1950.

La base giuridica di partenza che ha orientato i lavori preparatori della Commissione Onu preposta, è rappresentata dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, la quale:

  • all’art. 4 statuisce che “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”;
  • all’art. 5 sostiene che “Nessun individuo può essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizioni crudeli, inumani o degradanti

Tra i trattamenti inumani o degradanti, a ragione, si annoverano tutte le forme di coercizione fisica e psicologica che sono costrette a subire le vittime del traffico di esseri umani, per qualsiasi scopo le stesse vengano di fatto rese schiave.

Nel preambolo della Convenzione in commento, si fa quasi esclusivo riferimento alle donne ed i minori vittime di sfruttamento della prostituzione e ciò è confermato anche dagli art. 1 e 2 della Convenzione stessa.

Dette disposizioni infatti affermano che:

  • devono essere puniti coloro che circuiscono e/o allontanano le persone dal loro tessuto sociale con lo scopo di gratificare le pulsioni sessuali di altri;
  • devono essere puniti coloro che consapevolmente investono, in qualsiasi forma, in un edificio che verrà adibito a sfruttare la prostituzione di altre persone.

Quello che è interessante notare, e che emerge chiaramente dalla lettura di questi primi due articoli, è che il fatto che le vittime abbiano prestato il loro consenso ad essere sfruttate, non deve fungere da discriminante e/o da condizione attenuate per la persona che ha sfruttato il corpo di queste persone. La motivazione di questa scelta è chiara.

Spesso le vittime di questo traffico sono persone altamente vulnerabili, che percepiscono questa condizione nella quale sono costrette a vivere come l’unica soluzione per poter sostenere economicamente la loro famiglia nel paese d’origine.

Quasi sempre poi, queste persone vengono forzate al silenzio tramite la minaccia di perpetrare dei riti tribali ai danni delle loro famiglie. Stiamo parlando di persone che vengono da contesti rurali, nei quali la cultura tribale ha un ruolo predominante per cui per loro è normale credere a questo genere di minacce.

A volte poi, le stesse famiglie sono colluse con il trafficante perché non hanno altre fonti di reddito alternativo per potersi sostentare e quindi ricorrono ad ogni mezzo affinché le vittime rimangano all’interno della cerchia violenta nella quale sono incappate per poter continuare ad aiutare tutto il nucleo famigliare e dar loro una speranza di un futuro migliore.

Per tutti questi fattori, non si può ritenere che l’eventuale consenso prestato da queste persone possa essere ritenuto consapevole.

Non solo prostituzione nella schiavitù moderna

Ma, sebbene la Convenzione assunta a simbolo di questa giornata faccia quasi esclusivo riferimento alle vittime di tratta sessuale, la schiavitù moderna che viene condannata in questa giornata internazionale non comprende solo questa ipotesi.

Vi sono infatti varie forme diverse di schiavitù oggigiorno, tutte ugualmente gravi per gli effetti psicologici e sociali che producono nelle loro vittime in primis e nella società che ruota intorno ad essa, subito dopo.

In generale, la tratta di esseri umani può essere definita come un reato contro la persona il cui fine è lo sfruttamento della persona stessa. Lo sfruttamento, come abbiamo anticipato, può essere di diversi tipi: usura, sfruttamento di manodopera, tratta a sfondo sessuale, lavoro minorile, sfruttamento di minori. In tutti questi casi, la persona viene privata della sua libertà e costretta con la forza a fare qualcosa che non vorrebbe.

La maggior parte dei moderni schiavi è impiegato nei settori produttivi primari quali: agricoltura, pesca, artigianato, estrazione minerarie, servizi e lavori domestici. Stando alle statistiche delle varie ONG e delle varie istituzioni internazionali, si tratta di circa 16 milioni di persone su un totale di vittime di tratta generalmente intesa pari a circa 40 milioni.

Circa 15 milioni e 400 mila sono poi le vittime del matrimonio precoce – spesso addirittura bambine. Le vittime dello sfruttamento sessuale sono circa quattro milioni ed 800 mila. C’è poi il fenomeno dei bambini-soldato, le cui stime sono troppo incerte dal momento che molti di loro vengono sottratti alle loro famiglie ancor prima di essere censiti.

La condizione di schiavitù più diffusa però rimane quella dello sfruttamento del lavoro per debiti. Circa il 50% delle vittime dello schiavismo generalmente inteso infatti, sono annoverabili tra questi.

Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro poi, la schiavitù moderna genera annualmente profitti pari ad oltre 150 miliardi di dollari. Per dare un’idea dell’enormità di questa cifra, la stessa equivale alla somma dei profitti delle quattro aziende più redditizie al mondo.

Dimostrando che il periodo dello sfruttamento iniziato con il colonialismo non si è mai effettivamente concluso inoltre, a questo dato si deve aggiungere che i profitti della schiavitù moderna sono molto più alti nei paesi occidentali che in ogni altra parte del mondo. Gli stessi ammontano infatti, a quasi 47 miliardi di dollari a fronte dei circa 51 miliardi ed 800 milioni “guadagnati” in Asia e Paesi del Pacifico conteggiati insieme.

In generale poi, la crisi pandemica avrà un impatto grandemente deleterio sull’economia e porterà questi numeri ad aumentare vertiginosamente a causa delle chiusure di intere filiere produttive e commerciali in paesi in cui è molto difficile riuscire a trovare fonti di reddito alternativo.

Oggi più che mai dunque, c’è bisogno di una nuova legge che introduca sanzioni maggiori e coercitive per coloro che sfruttano gli esseri umani e che ricomprenda anche le nuove forme di schiavismo che spesso restano impunite a causa di meri ed assurdi vuoti normativi.

Situazione in Italia

L’Italia ha recepito la Convenzione del 1949 dell’Onu adottando la legge n. 1173/1966, entrata in vigore il 22 gennaio 1967.

Ma il nostro paese non fa eccezione con riferimento alla presenza di forme di sfruttamento sia del lavoro che della prostituzione. Uno dei primati detenuti dall’Italia infatti, è quello del numero di persone vittima del fenomeno del caporalato – che si stimano essere più di 400.000.

Per di più, vi sono i riders: categoria di lavoratori nuova ma grandemente soggetta a sfruttamento da parte delle multinazionali.

Il 12 ottobre scorso per esempio, la Procura di Milano ha concluso le indagini iscrivendo nel registro degli indagati, 10 managers di Uber Italy accusandoli di caporalato nei confronti dei richiedenti asilo loro dipendenti.

A tal proposito, Large Movements si unisce al coro di tutte quelle realtà istituzionali e della società civile che richiedono a gran voce l’adozione di una cornice giuridica comunitaria che sanzioni le aziende che sfruttano lavorativamente i loro dipendenti così da rendere molto più rapida ed efficace la riforma che deve necessariamente intervenire nei settori interessati.

Si sottolinea poi, l’importanza della cooperazione internazionale nell’adattare la risposta ai vari fenomeni di schiavitù, che variano di paese in paese.

Riteniamo infatti, grandemente necessario che si continui a fare pressione sui governi e sugli organismi internazionali affinché si stabilisca un mercato del lavoro libero dalla schiavitù, solo così si potrà abbattere il fenomeno dello sfruttamento in qualsivoglia forma.

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