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GIORNATA EUROPEA DELLA PROTEZIONE DEI DATI 2021

La giornata europea della protezione dei dati è stata istituita dal Consiglio d’Europa il 26 aprile 2006 per sensibilizzare la cittadinanza europea sull’importanza della propria privacy e della protezione dei dati che vengono forniti, a volte, con troppa leggerezza.

E’ stata scelta la giornata del 28 gennaio in memoria della data in cui è stata siglata la Convenzione 108 del Consiglio d’Europa, il 28 gennaio 1981. Questa convenzione è riconosciuta a tutti gli effetti come il primo trattato internazionale giuridicamente vincolante in merito di privacy e protezione dati. Essa ha lo scopo di garantire ad ogni persona il rispetto dei suoi diritti e delle sue libertà fondamentali, con una particolare attenzione alla sfera privata.

Detta giornata è riconosciuta da tutti i Paesi membri del Consiglio d’Europa, ai quali vanno ad aggiungersi: Stati Uniti, Canada ed Israele.

Durante questa giornata, i vari Stati e/o istituzioni – pubbliche e della società civile – aderenti organizzano conferenze, eventi e workshops volti a sensibilizzare la popolazione sul tema o ad indagare le nuove frontiere di utilizzo dei dati personali, dibattendo su potenziali problematicità e rischi connessi.

Tra questi, molto importante è l’evento organizzato da alcune istituzioni europee – in collaborazione con fondazioni private e non solo – denominato Computers, Privacy and Data Protection e meglio conosciuto come CPDP. Evento che quest’anno si è spostato interamente online.

Data protection in Africa

Tra i vari eventi organizzati, degno di nota, specie per la mission di Large Movements, è il ciclo di workshops online organizzati a partire da Novembre 2020 e che dureranno fino a Marzo 2021 sul tema della data protection in Africa.

Nel pieno rispetto dello scopo principale della Convenzione 108 infatti, questi workshops mirano a fornire fonti ed informazioni utili per le autorità responsabili della protezione dei dati personali nei Paesi dell’Africa. Durante questi cicli di seminari poi, potranno partecipare anche i rappresentanti delle autorità nazionali interessate ad implementare il sistema di protezione dei dati personali nel proprio Stato. In ultimo, questi panels di discussione offriranno la possibilità alle autorità africane di scambiarsi best practices e di dibattere sul tema della protezione dei dati personali dei propri cittadini, coadiuvati da esperti nel settore, così da garantire un livello di protezione della privacy della popolazione sempre crescente.

E la privacy dei migranti?

Nonostante le iniziative per aumentare la sensibilizzazione sulla centralità e l’importanza della protezione dei dati, in un mondo sempre più connesso quale quello in cui attualmente viviamo, dobbiamo rilevare che la strada per arrivare ad un’effettiva uguaglianza di diritti è ancora molto lunga.

Molti dei principi legati alla protezione dei dati e, più estensivamente, al concetto di privacy, trovano difficile – se non inesistente – applicazione quando ci si riferisce alla situazione dei migranti.

Quanto affermato può essere facilmente riscontrato indagando il sistema europeo di raccolta dati Eurodac. Questo infatti, costituisce l’esempio perfetto di come i sopra citati principi di protezione vengano modificati per favorire l’applicazione di determinate scelte politiche miranti a fornire delle “soluzioni” che si concretizzano in un’eccessiva compressione dei diritti fondamentali dei migranti, senza che venga fornita opportuna giustificazione.

I richiedenti asilo ed i migranti infatti, vengono a conoscenza di dover fornire le proprie impronte digitali solo una volta arrivati alla frontiera esterna dell’Unione. Una volta fornite le impronte poi, secondo le regole del diritto internazionale e della Convenzione 108 stessa, la persona ha il diritto:

  • di sapere chi sta processando i propri dati e perché;
  • di sapere quali dati sono archiviati e per quanto tempo;
  • di sapere come accedere a detti dati, come correggerli e/o farli cancellare in caso di errore;
  • in generale, di sapere chi contattare per qualsiasi questione riguardante i suoi dati.

Da quando il sistema Eurodac è in vigore però, viene registrata una grande confusione non solo tra i migranti ma anche tra le stesse autorità di frontiera, che si sono provate del tutto incapaci a fronteggiare l’enorme flusso di dati da dover raccogliere.

Introdotto come uno degli strumenti per implementare il sistema Dublino, Eurodac si è progressivamente trasformato in uno strumento investigativo per ricercare “sospetti anonimi” tra i richiedenti protezione internazionale a seguito dell’autorizzazione all’accesso fornita ai servizi di intelligence ed alle varie autorità di polizia nazionali.

È diventato quindi, un database che eccede di molto il suo obiettivo originario, avendo subito cambiamenti strutturali che lo hanno trasformato da un semplice database per facilitare l’esame della domanda dei richiedenti a quello che attualmente viene considerato un database di potenziali criminali.

Il legislatore europeo era ben conscio dei rischi in termini di violazioni dei diritti umani che questa trasformazione avrebbe comportato ed ha tentato di apporre dei correttivi. Detti correttivi però, per la loro futilità, sono da subito apparsi come dei goffi tentativi dell’Unione per accontentare gli osservatori dei diritti umani dal momento che la regolamentazione e la disciplina degli stessi è stata affidata alle stesse autorità di polizia.

Uno dei rischi più concreti di questo sistema informatico poi, è quello che le suddette autorità possano scambiare le informazioni acquisite tramite l’accesso all’Eurodac con gli stessi Paesi di origine dai quali i richiedenti asilo ed i rifugiati stanno cercando di scappare, mettendo a rischio non solo la loro vita – in caso di rimpatrio – ma anche quella dei loro famigliari rimasti nello Stato. 

Nonostante i rilievi della comunità internazionale e dei vari organismi della società civile, con il nuovo patto sull’immigrazione e l’asilo attualmente in discussione in Commissione Europea e con l’implementazione dei Regolamenti sull’Interoperabilità, l’Eurodac sta per essere modificato in maniera tale da ridurre ulteriormente le tutele dei diritti riconosciute ai migranti.

Questa modifica viene giustificata proprio per facilitare l’interoperabilità europea. Questa consiste in una interconnessione tra sistemi differenti, ciascuno dei quali con scopi diversi. In virtù di detta interconnessione quindi, verrà creato un nuovo database centralizzato a livello europeo, trasversale a tutti i sistemi di raccolta nazionali – che gli forniranno i dati – e che per ciascun individuo raccoglierà:

  • dati alfanumerici: si tratta di un gruppo di lettere e numeri che dovrebbero essere utilizzati per garantire la sicurezza agli utenti ma che, nel caso dei migranti, sono utilizzati per tracciarne gli spostamenti e le caratteristiche personali con maggiore precisione.
  • dati biometrici: quelli relativi a caratteristiche fisiche, fisiologiche o comportamentali di un individuo come, ad esempio, l’impronta digitale ma anche la conformazione fisica della mano, del volto, dell’iride o della retina, il timbro e la tonalità della voce.

Per far sì che questo nuovo sistema massivo di raccolta dati funzioni, devono essere apportati numerosi cambiamenti.

L’Unione Europea ha deciso che questi cambiamenti debbano mirare non all’aumento di tutele della privacy del singolo – come ci si sarebbe aspettato in base ai principi fondamentali del diritto internazionale, oltre che alla stessa Convenzione 108 sopra citata – bensì all’aumento delle tipologie di dati biometrici che vengono acquisiti dalle autorità, senza fornire alcuna valida spiegazione per questo.

 Attualmente infatti, come abbiamo visto, all’interno del database sono raccolte solo le impronte digitali dell’individuo in quanto più che sufficienti per stabilire con certezza l’identità della persona che sta presentando domanda di asilo in un Paese membro o per identificare un individuo residente irregolarmente nel territorio. 

Il rischio che si realizzi un furto d’identità con questo sistema dunque, è meno dello 0,5%, secondo quanto statuito dalla stessa Commissione Europea nella sua Decisone di Esecuzione 2019/329. Non si capisce quindi come questa possa essere ritenuta una valida giustificazione all’aumento dei dati biometrici da raccogliere.

Non solo. Nella sua proposta di revisione del sistema europeo comune di asilo del 2016, l’Eurodac non ha fornito alcuna valida giustificazione né tantomeno una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati che renda manifesta la necessità di andare a ricomprendere tra i dati da processare anche i dati biometrici ed alfanumerici.

Per di più, questo sistema di interoperabilità dei database così come disciplinato, produrrà un impatto diretto anche con riferimento ai tempi di archiviazione di detti dati nei vari database nazionali: i tempi necessari per processarli a livello centralizzato saranno molto più lunghi data la mole di informazioni ulteriori – e non utili – che il nuovo sistema si troverà a dover gestire.

Da un punto di vista di protezione dei dati dunque, i Regolamenti sull’Interoperabilità non fanno altro che aumentare le preoccupazioni della società civile dal momento che non tengono conto di principi fondamentali del diritto alla privacy, quali quello secondo il quale gli scopi che giustificano la raccolta dei dati devono essere limitati ed i dati che vengono raccolti devono comunque essere quelli essenziali.

Con questo sistema dunque, i dati dei rifugiati saranno processati insieme con quelli di criminali che già sono in carcere o con quelli di persone che sono sospettate di aver commesso reati. Questo si traduce nella realtà come un modo per eludere le verifiche previste dal diritto internazionale secondo le quali affinché le autorità di polizia possano accedere a determinati dati, devono ottenere l’autorizzazione del Garante della Privacy nazionale o dal Tribunale.

Noi di Large Movements quindi, vogliamo in questa giornata celebrare le enormi conquiste in termini di diritto di protezione dei dati personali che si sono raggiunte in poco più di 10 anni ma vogliamo anche – e soprattutto – invitare l’opinione pubblica a non ritenere che ormai queste conquiste sono diventate “patrimonio dell’umanità”.

Purtroppo, la realtà è ben altra ed a subire le conseguenze di politiche differenziate in base agli interessi che si vogliono tutelare, sono sempre le fasce di popolazione più debole e più indifese.

Sta alla società civile quindi, far rete comune affinché queste tutele che molti di noi hanno raggiunto possano essere godute da tutti. Solo quando questo avverrà infatti, potremmo dire di aver creato un buon sistema che garantisce la privacy del singolo.

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