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Situazione Ucraina: come si è arrivati alla guerra?

Large Movements voleva parlarvi della situazione in Ucraina già da qualche tempo ed avevamo lavorato su questo contributo quando ancora la guerra non era arrivata sul territorio. Abbiamo dunque aggiornato l’articolo inserendo gli ultimi sviluppi dal campo ma crediamo che – sebbene nelle prossime settimane continueremo a seguire l’evolversi della situazione in Ucraina con specifici approfondimenti (anche in compagnia di esperti), dedicati alle motivazioni reali ed agli equilibri geopolitici – sia comunque utile pubblicare questo contenuto. Negli ultimi giorni infatti, sui media nazionali abbiamo sentito molto parlare del conflitto in sé, delle reazioni del mondo occidentale, del “doppio gioco” cinese, delle sanzioni ma si è discusso molto raramente di come si è arrivati al conflitto e quali sono state le fasi antecedenti allo stesso.

Cerchiamo di capire insieme dunque, i motivi per cui la Russia è così interessata ad annettere il territorio ucraino – o parte di esso.

Sono anni che la Russia di Putin sta cercando di imporre la propria potenza attraverso lo “sfoggio” del proprio potere. Gli ultimi esempi lampanti sono: la protesta in Kazakistan e lo scontro in Nagorno Karabakh tra Armenia e Azerbaijan.

La tecnica offensiva russa è ancora incentrata su una visione ottocentesca – ed imperialista – della guerra: prima si ingaggia una battaglia in una parte di un Paese confinante, che viene annessa, e poi si attende il momento migliore per sferrare l’attacco vero e proprio, mirante a conquistare l’intera nazione.

Nel caso dell’Ucraina, sulla carta la prima parte della strategia militare di Putin è stata realizzata con l’occupazione della Crimea nel 2014 ma in pratica, grazie al suo modello di “invasione civile” tramite la cosiddetta russificazione, la Russia ha da sempre mantenuto un discreto margine di influenza su tutti i Paesi dell’ex URSS.

Per di più, durante questo attacco all’Ucraina la strategia sopra descritta è stata seguita anche nel breve periodo perché, indipendentemente dall’annessione della Crimea 8 anni fa, anche questa volta Putin ha prima annesso le Repubbliche separatiste del Donbass e poi è entrato nel resto del Paese.

Come anticipato, in questo articolo cercheremo di dare risposta ad una serie di domande che sono fondamentali per capire come sia avvenuta l’escalation che ha portato alla guerra: perché l’Ucraina è così importante per la Russia? Come mai l’attacco e la conseguente riannessione della Crimea hanno aumentato le mire espansionistiche russe, anziché placarle? Ed in ultimo, cosa teme realmente la Russia tanto da non cedere alle pressioni della comunità internazionale che preme per un’effettiva smilitarizzazione dell’area per dare il via ai negoziati?  

Perché l’Ucraina?

L’Ucraina è da sempre considerato un territorio strategico dalla Russia poiché una sua effettiva annessione conferirebbe alla Federazione uno sbocco importante sul Mar Nero e contribuirebbe ad aumentarne il ruolo centrale nel settore delle risorse naturali. Il Paese infatti, possiede il 5% delle risorse naturali globali ed è un nodo focale per i gasdotti che mettono in comunicazione la Russia con l’Europa (anche se Putin sta cercando di trovare un modo per erogare direttamente il gas al vecchio continente, passando dalla Germania). E proprio su quest’ultimo punto, sono sorte varie dispute tra Kiev e Mosca negli ultimi anni circa l’ammontare e l’effettiva spartizione delle tasse di transito che devono essere corrisposte al governo ucraino.

Indipendentemente dal gas russo, l’Ucraina possiede numerosi e diversificati giacimenti di materiali fondamentali tanto che il Paese è il 13° al mondo per la produzione di carbone ed il 4° in Europa per le proprie riserve di gas e petrolio. In aggiunta, vi sono anche numerosi giacimenti di manganese, titanio, grafite ed oro. In particolare, il titanio sta diventando fondamentale da un punto di vista economico e strategico perché si tratta di un materiale ultraleggero, perfettamente in grado di resistere alle alte temperature ed alla trazione – caratteristiche queste che lo rendono il materiale più indicato per le armi di ultima generazione. In ultimo, l’Ucraina possiede il più grande deposito di uranio in Europa con una riserva accertata di circa 45 mila tonnellate.

Oltre alla volontà di accaparrarsi le sue risorse naturali così da rimanere l’unico interlocutore fondamentale dell’Unione Europea in materia, la Russia ha scelto di invadere l’Ucraina anche per un motivo ideologico: nel 2008 infatti il Paese, insieme alla Georgia, ha formalmente richiesto di poter entrare nella NATO. In quell’occasione, la reazione russa non si era fatta attendere tanto che il Viceministro degli Esteri russo dell’epoca Ryabkov aveva affermato è assolutamente indispensabile che l’Ucraina mai e poi mai diventi un membro della NATO”.

Sarà proprio questo motivo ideologico a portare Putin, lo scorso 24 febbraio, a lanciare “un’operazione militare speciale” come da lui stesso definita in Ucraina. Secondo il Presidente russo infatti, “gli Stati Uniti hanno superato la linea rossa della Russia con l’espansione della NATO, è inaccettabile”.

L’allora amministrazione G.W.Bush, fiutando l’opportunità di consolidare l’influenza occidentale sui Paesi dell’ex blocco sovietico, non perse tempo e si fece tra i promotori degli Accordi di Bucarest siglati dalla NATO nel 2008. In questi accordi si fanno delle promesse volutamente vaghe di annessione all’Ucraina (lo stesso Biden nel dicembre 2021 aveva definito l’entrata del Paese ex sovietico nella NATO come “fuori discussione”) e si annette con effetto immediato la Georgia. Tre mesi dopo questa annessione formale, la Russia invase la Georgia nella guerra per l’indipendenza dell’Ossezia del Sud. Detto conflitto è terminato con la Russia che mantiene il controllo diretto delle regioni separatiste (Abcasia ed Ossezia del Sud) e con la dichiarazione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo del dicembre 2021 nella quale i giudici internazionali ritengono formalmente responsabile il governo russo delle violazioni dei diritti umani che avvengono tutt’ora nel Paese.

Proprio per questa reazione immediata e violenta russa all’annessione di un altro Paese che in passato faceva parte dell’URSS – che si temeva potesse essere ancor più violenta nel caso di annessione dell’Ucraina per la differenza di importanza strategica di questa rispetto alla Georgia – la mossa degli Stati Uniti nella realtà non ha mai avuto una finalità solidaristica e, a seguito della guerra in Ossezia, ha perso anche di effettiva credibilità.

Nella pratica, quella di Biden e dei suoi predecessori è una scelta puramente strategica avente un peso rilevante nell’ottica dell’equilibrio dei poteri tra queste due super potenze. 

La Russia infatti, vanta un’alleanza molto solida all’interno dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Questa Organizzazione tende a riunire alcuni dei Paesi ex-sovietici, e non solo, che perseguono le stesse politiche di sicurezza – perno centrale del modello della russificazione, di cui si è accennato in precedenza.

Questa Organizzazione è composta da: Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan e dal 2013 si avvale anche della collaborazione esterna della Serbia. Per le tipologie di politiche che persegue ed implementa, questa Organizzazione si contrappone alla presenza della NATO ed ha influenzato grandemente il risultato di molte rivolte nei territori dell’ex Unione Sovietica, in ultimo quelle scoppiate in Kazakistan ad inizio anno.

Un altro tra i motivi fondamentali alla base dell’interesse della Russia per l’Ucraina è anche di origine storica: il territorio dove adesso sorge il Paese infatti, è stata la prima Rus’ di Kiev – un’entità monarchica medievale degli Slavi orientali costituente il più antico Stato organizzato slavo-orientale e che, come tale, viene considerato dagli storici e dagli esperti una sorta di “proto-Russia”. Per questo motivo, tra tutti i territori dell’ex URSS quello ucraino è quello che Putin punta maggiormente a far rientrare a tutti gli effetti all’interno dei confini russi o, quantomeno, a sottrarre definitivamente dall’influenza occidentale impedendole di aderire alla NATO.

L’attacco in Crimea del 2014

Per tutto quanto sopra detto dunque, la Russia ha dei grandi interessi in Ucraina e, seguendo la sua tecnica offensiva storica esposta in precedenza, nel 2014 Putin dà il via al processo che ha portato alla situazione odierna: l’annessione della Crimea, fino a quel momento regione facente parte dell’Ucraina.

A seguito di una controversia dilagata tra Janukovich – ex Presidente ucraino – e Putin infatti, quest’ultimo chiese che venisse indetto un referendum in Crimea per determinare la volontà dei suoi abitanti di essere annessi alla Russia. Questo referendum fu proposto come soluzione per porre una fine alla serie di rivolte e guerriglie urbane tra i separatisti filorussi e chi voleva mantenere l’indipendenza, che avevano già mietuto un altissimo numero di vittime.

Putin ha avanzato questa richiesta sicuro di vincere il referendum dal momento che, per via del processo di russificazione effettuato nella regione durante tutto il periodo sovietico, la popolazione russa nel territorio è passata da circa il 30% a poco più del 70% in un arco temporale relativamente breve. Ciò ha portato alla vittoria della parte filorussa e quindi, alla conseguente annessione alla Russia della Crimea.

Interessante notare che in quell’occasione l’esercito russo non ha dovuto praticamente quasi combattere e l’annessione della Crimea è avvenuta in maniera “semi-pacifica”, dal momento che gran parte della popolazione residente si sentiva russa. Questo ha determinato molto probabilmente, come sostenuto da numerosi esperti, una sottostima da parte di Putin della capacità di resistenza delle truppe ucraine che, a sua volta, ha influito sulla decisione attuale di scendere in guerra con l’Ucrainas.

Per di più, dalla guerra in Crimea l’esercito ucraino è cresciuto molto ed ha imparato dai propri errori per cui, anche grazie ad alcuni progetti di cooperazione militare internazionale, si è formato sulle più recenti tattiche di attacco militari.

L’annessione del 2014 però, è stata anche e soprattutto una prova di forza della Russia che voleva mandare un messaggio importante ed incisivo ai Paesi confinanti in risposta alle richieste di Ucraina e Georgia (che all’epoca stava ancora combattendo per la propria indipendenza) di unirsi alla NATO: nessuno degli ex Paesi costituenti l’Unione Sovietica può pensare di poter essere incluso nella NATO senza conseguenza e/o ritorsioni russe.

Sebbene questo ingresso di alcuni ex Paesi sovietici (la Georgia non è stata l’unica) nella NATO avesse portato una grande confusione nello scacchiere geopolitico mondiale però, Mosca è stata considerata come partner politico e strategico importante dall’Alleanza Atlantica fino al 2014.

Questa volontà di collaborazionismo dei due blocchi sorti dai tempi della Guerra Fredda però, si è dissolta proprio nel 2014 con l’annessione della Crimea perché in quell’occasione Putin ha mostrato quale sia il suo vero obiettivo strategico: porre un argine all’allargamento complessivo della NATO in Europa orientale.

Cosa teme la Russia?

Ad oggi la Russia ostenta una grandissima sicurezza, forte sia della presenza di filorussi nel territorio ucraino, sia dell’appoggio della Bielorussia – quest’ultima, oltre ad aver offerto il proprio territorio affinché Mosca potesse predisporre una migliore offensiva di attacco per permeare quanto più presto possibile nel cuore dell’Ucraina, nei prossimi giorni ospiterà i primi tentativi di negoziazione degli accordi di pace.

Nella realtà però, Putin teme le conseguenze economiche derivanti dallo scenario di una crisi energetica tra Russia ed Europa. Questo è stato chiaro sin da quando Mosca ha intensificato il dialogo con il leader cinese Xi JinPing, non appena è iniziata una situazione di stallo sempre più carica di significato con l’Ucraina.

L’intento del leader russo, che andremo ad approfondire ulteriormente nelle successive analisi, è quello di instaurare un nuovo tipo di alleanza che ha come obiettivo quello di spostare i poli economico ed energetico sotto il totale controllo delle regioni asiatiche, più vicine tra loro in termini di sistemi politici e sociali. Laddove realmente resa effettiva, questa alleanza potrebbe assumere una portata devastante in termini di violazioni dei diritti umani e di violazioni delle sovranità nazionali dei Paesi confinanti con le due superpotenze.

L’altro grande timore russo è che la NATO si possa espandere senza precedenti anche in Asia, determinando una perdita di influenza in territori essenziali per la propria economia. D’altro canto, anche la NATO è seriamente preoccupata dalle mire espansionistiche russe (ed ancor di più ora che Mosca ha lanciato una vera guerra tradizionale in seno all’Europa, con tattiche militari che non si vedevano nel vecchio continente dai tempi delle guerre mondiali).

Questo clima di “psicosi da minaccia” ci sta riportando indietro nel tempo, assumendo a tratti dei toni tipici della Guerra Fredda. Ciò è ancor più vero se si pensa che lo scorso 27 febbraio Putin ha ordinato al suo Ministro della Difesa ed al Capo di Stato Maggiore di mettere in stato di allerta il sistema difensivo nucleare russo, rendendo più concreto (anche se per gli analisti, appare ancora grandemente improbabile) il rischio di sfociare in una guerra mondiale.

Tutto dipenderà dai pacchetti di sanzioni che verranno messi in campo da parte di Europa e Stati Uniti e di quanto impatteranno sull’economia reale russa. Al momento, il fronte occidentale ha già adottato alcune sanzioni ma si tratta di misure ancora in fase di revisione e negoziazione – soprattutto in Europa, data la grande dipendenza energetica del vecchio continente dalle risorse energetiche russe. Pertanto, ne parleremo nei prossimi approfondimenti così da avere una visione più ampia ed esaustiva del quadro socio-economico che si prospetterà nell’immediato futuro.

Noi di Large Movements continueremo a seguire gli sviluppi della situazione e ad invocare un intervento reale dell’Europa, adottando un approccio diplomatico-politico innovativo dal momento che l’abusato strumento delle sanzioni non ha mai sortito effetto ogni volta che è stato applicato alla Russia per cui non si vede il perché questa volta potrebbe essere differente ed anzi, potrebbe quasi certamente portare a danneggiare principalmente il nostro territorio.

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Martina Bossi

Presidente Large Movements APS

Mattia Ignazzi

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