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CORONAVIRUS E DIRITTI UMANI: limitazioni e violazioni al tempo del Covid

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Per quanto sia di questi giorni la notizia che il G20 si è accordato per sospendere il debito dei Paesi poveri, così da permettere loro di destinare quegli stanziamenti per la risposta all’emergenza sanitaria globale che stiamo attualmente vivendo, per molti dei Paesi in via di sviluppo – e non solo – questa grande concessione economica non ha risolto tutti i problemi creati dal coronavirus.

Molti governi infatti, stanno approfittando dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus per limitare fortemente i diritti umani ed in alcuni casi violarli – più o meno apertamente.

Coronavirus, dall’emergenza sanitaria alla violazione dei diritti umani

Purtroppo, questa non è una logica sociopolitica del tutto nuova, anzi. In molti Paesi poveri i vari governi hanno approfittato per anni di disastri naturali o emergenze sanitarie per consolidare la loro stretta autarchica sulla popolazione, agendo conseguentemente come ulteriore push factor per la migrazione di detti popoli al di fuori dei confini del proprio Stato e, in alcuni casi, del proprio continente. Un esempio per tutti, il regime instaurato dai Duvalier (padre e figlio) ad Haiti. Il loro regime dittatoriale durò complessivamente 26 anni, mise in ginocchio un’intera nazione, costrinse migliaia di persone ad emigrare – principalmente verso gli Stati Uniti – e, soprattutto, sfruttò i disastri di qualsiasi genere che colpivano il Paese per rinsaldare i consensi o come scusa per mettere in atto vere e proprie repressioni contro gli oppositori del regime.

Vivendo ancora in piena emergenza da coronavirus, ci è attualmente difficile quantificare ed anche solo identificare integralmente le violazioni di diritti umani che sono state messe in atto da molti governi di tutto il globo. Quello che possiamo fare però, è denunciare quei fenomeni dei quali si ha già contezza ed aggiornarvi a mano a mano che riusciamo a recuperare notizie affidabili.

Cina e Sud-est Asiatico

Proprio in tema di diffusione di notizie, il primo dei governi che ha dato una stretta ancor più autoritaria al proprio sistema è stato proprio quello cinese.

Seppur non bisogna cadere nell’errore di pensare che il coronavirus sia il “virus cinese” come dichiarato a più riprese dagli Stati Uniti, sicuramente il ritardo del governo asiatico nell’avvertire la comunità mondiale dell’effettiva gravità della situazione – si ricorda che ad oggi ancora non si ha nemmeno la certezza che la cifra ufficiale dei morti sia reale – ha messo a rischio la salute di milioni di persone, tutelata dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

Nel documento è previsto espressamente infatti, che il diritto alla salute è violato, tra le varie, anche per mancanza di accesso della persona alle informazioni. La Cina ha mancato di diffondere le informazioni in merito al coronavirus a tutto il mondo. Per di più, ha messo in atto tentativi aggressivi per far desistere l’Organizzazione Mondiale della Sanità dal dichiarare l’emergenza sanitaria globale.

Inoltre, alcuni medici cinesi già nell’ultimo trimestre del 2019 espressero ai loro colleghi esteri ed al governo cinese le proprie preoccupazioni in merito a dei pazienti che mostravano i sintomi di una sindrome respiratoria acuta grave molto simile all’influenza aviaria del 2002 – in occasione della quale, la Cina si era resa responsabile di altre violazioni dei diritti umani: primo tra tutti, anche in quel caso, il diritto alla salute.

Il governo cinese, in tutta risposta, ha arrestato per procurato allarme il primo di detti medici che aveva parlato ed aveva poi costretto lui e gli altri – stando alle dichiarazioni ufficiali si tratta di 8 persone, ma il numero non può essere considerato attendibile – a firmare una lettera in cui affermavano di “aver dichiarato il falso” e di aver creato “grave disturbo all’ordine sociale” (stavano per avere inizio i festeggiamenti del Capodanno lunare).

Stessa sorte è toccata a chiunque avesse diffuso informazioni riguardo alla gestione dell’emergenza in Cina senza essere stato autorizzato dal governo.

Inoltre, le autorità hanno violato il diritto alla salute dei propri cittadini in quanto in alcuni casi gli ospedali hanno dovuto respingere le persone – spesso dopo che le stesse erano state costrette in fila senza mascherina – perché non erano in possesso dei kit diagnostici. Altre non sono riuscite ad arrivare agli ospedali poiché il governo aveva stabilito il blocco totale dei trasporti pubblici e, riferisce Amnesty International, che in alcuni casi alle persone è stato impedito di portare fuori dalle proprie case i famigliari deceduti a causa del coronavirus.

Sempre in tema di violazioni di diritti umani, è tristemente noto che la Cina attua rigidamente la censura statale sulla diffusione delle informazioni da parte dei media. Ed anche nell’era del coronavirus, le autorità hanno insistito – se non in alcuni casi inasprito – nel censurare articoli di quotidiani, anche a larga tiratura nazionale. Ciò ha di fatto impedito l’accesso di grandi fette della popolazione ad informazioni che avrebbero potuto fare la differenza nel salvare delle vite.

In ultimo, alcuni cittadini di Whuan hanno denunciato di essere stati cacciati da alberghi – anche se privi di sintomi – mentre proprie informazioni private erano state messe in circolazione sui social media, in aperta violazione di ogni disciplina in materia di privacy.

Le violazioni messe in atto dal governo cinese però, non sono un caso isolato in Asia. Pur non avendo ancora molte notizie a riguardo, si ha già la certezza che censura e discriminazioni arbitrarie nei luoghi pubblici ai danni di cittadini cinesi si sono verificati in Malesia, Thailandia, Vietnam, Corea del Sud e Giappone.

Preoccupante è poi la situazione della Corea del Nord, che non solo ha dichiarato di non aver registrato nessun caso di coronavirus – l’accesso alle informazioni nel Paese è praticamente impossibile, se non tramite il filtro della propaganda governativa – ma il 14 aprile ha testato vari missili antinave, chiaro tentativo di mantenere le apparenze.

India

Uno dei Paesi che preoccupa maggiormente per le possibili violazioni dei diritti umani è l’India.

Il primo ministro Narendra Modi infatti, ha dichiarato la chiusura totale del Paese per ventuno giorni dando solo 4 ore di preavviso alla popolazione. Questo ha fatto sì che la fascia più povera– che in India vuol dire milioni di persone – non ha avuto il tempo necessario per rifornirsi di acqua e cibo.

A ciò si devono aggiungere le condizioni di estrema miseria in cui storicamente versa il Paese, che registra migliaia di persone senza fissa dimora. Per queste, il governo non ha predisposto né alcun tipo di programma per monitorarne le condizioni di salute né un meccanismo di isolamento, di fatto non solo condannandole a morte certa, ma anche lasciando che fossero inconsapevolmente all’origine di focolai epidemici di proporzioni spropositate e non facilmente documentabili.

Caso emblematico della sistematica violazione dei diritti umani che il governo indiano pone in essere nei confronti dei più deboli, è diventato quello di migliaia di lavoratori giornalieri bloccati alla stazione degli autobus di Bandra a Mumbai (una delle città indiane più colpite dal coronavirus).

Qui la polizia è intervenuta con la forza per disperdere la folla che si trovava sulle banchine perché, rimasti senza salario, stavano tentando di raggiungere i propri villaggi natali nel disperato tentativo di procurarsi un tetto sulla testa ed il sostentamento minimo necessario per vivere – e che il governo non ha la minima intenzione di fornire loro, pur tenendoli bloccati nelle strade di Mumbai.

Ancora più preoccupante poi, è la situazione a Daharavi, la più grande baraccopoli al mondo, nella quale non solo le condizioni igieniche sono da sempre al limite ma non sono stati neppure forniti i dispositivi di protezione. Basta un solo caso all’interno di questo slum, per generare un’ecatombe. Ma anche in merito il governo non ha disposto alcunché.

In ultimo, la polizia indiana sta approfittando del lockdown per operare una feroce discriminazione mirata ai danni della minoranza musulmana presente nel Paese – la faida tra induisti e musulmani infatti, ha radici antichissime ed è da sempre teatro di grandi violazioni dei diritti umani, ad opera di entrambe le parti.

Israele

Da sempre, Stato controverso per la gestione del conflitto sulla Striscia di Gaza e per le continue allegazioni in merito all’eccessiva intrusione del governo nelle vite dei suoi cittadini, anche in occasione della battaglia contro il coronavirus Israele ha grandemente limitato i diritti umani della propria popolazione.

Il presidente Netanyahu infatti, ha da subito disposto misure molto simili ai Paesi occidentali ma ha inoltre mobilitato i Servizi segreti interni (il famoso corpo “Shin Bet”) affinché tracciassero le relazioni sociali avute dai pazienti affetti da coronavirus attraverso i loro telefoni, carte di credito ed ogni altro mezzo così da obbligare alla quarantena chiunque fosse venuto in contatto con la persona infetta.

Tale disposizione fa molto discutere perché non solo è stata approvata in deroga alla Knesset (il 23esimo Parlamento che si sarebbe dovuto insediare pochi giorni dopo), ma soprattutto perché il governo israeliano non ha voluto fornire i dettagli né prevedere alcuna tutela in merito all’enorme mole di informazioni private che venivano raccolte, né ha dichiarato per quanto tempo le autorità avrebbero detenuto tali informazioni.

La popolazione ha quindi presentato una petizione alla Corte Suprema in merito all’opportunità di ricorrere a pratiche normalmente utilizzate per la lotta contro il terrorismo per monitorare cittadini comuni nel tentativo di contrastare una pandemia. Netanyahu per tutta risposta, ha inasprito le misure dichiarando di voler affidare ancora più potere allo Shin Bet per controllare maggiormente i cittadini durante la pandemia.

Quello che più stupisce nella gestione della crisi da parte del premier israeliano è che questa decisione è stata presa da un governo che non è legittimato. Israele infatti è in piena transizione politica – procedura sospesa a causa dell’emergenza sanitaria – il che limita i poteri del governo attuale ad una mera gestione degli affari correnti, non lo autorizza di certo a prendere decisioni così lesive delle libertà individuali.

Lo scorso 20 Aprile la popolazione però, ha deciso di scendere in piazza per protestare contro il Presidente Netanyahu e l’accordo che sta attualmente tentando di negoziare per poter formare un governo di coalizione con il partito che ha ottenuto la maggioranza alle elezioni. Se ciò succedesse infatti, si annullerebbe di fatto la volontà del popolo espressa tramite il voto e sarebbe un attentato alla vita democratica del paese.

La protesta del 20 Aprile poi, passerà alla storia anche per essere stata la prima protesta organizzata dopo lo scoppio dell’emergenza sanitaria. Gli organizzatori hanno dato istruzioni a tutti affinché venissero rispettate le misure anti-coronavirus, segnando una svolta epocale e diffondendo così il messaggio che la lotta per la difesa della democrazia non può e non deve sospendersi, soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo.  

Resto del mondo

Notizie di violazioni dei diritti umani si registrano anche in altre parti del mondo.

Nelle Filippine per esempio, il presidente Duterte, riferendosi a chiunque protestasse per la mancata distribuzione di beni di prima necessità alle persone indigenti ha dichiarato “Non esiterò. I miei ordini per la polizia e le forze militari, anche per la polizia dei barangay, sono di colpire a morte in caso di scontri che mettano le vite in pericolo. Avete capito? A morte. Invece di causare problemi, vi manderò nella tomba”.

Da Amnesty International Filippine, arrivano notizie di arresti arbitrari e di pestaggi da parte della polizia di chiunque infrangesse le misure disposte per contrastare la diffusione del coronavirus – in quasi tutti i casi, queste persone erano uscite dalle proprie abitazioni nella disperata ricerca di cibo.

Spostandoci in Africa, le uniche notizie certe arrivano da Kenya e Nigeria nelle quali la polizia ed i militari aggrediscono fisicamente chiunque, a loro discrezione, non si adegui con sufficiente rapidità alle nuove misure disposte dai governi.

Dal momento che i regimi dittatoriali o comunque autoritari presenti nel continente sono moltissimi, sicuramente quelli di Kenya e Nigeria non saranno casi isolati.

Ma anche tra le potenze del mondo occidentale si registrano violazioni dei diritti umani ed un ritorno a regimi autoritari.

In Ungheria, Orban ha approvato una legge che di fatto lo riconosce come dittatore assoluto senza alcun tipo di temporaneità. A conferma che questa non è stata una scelta determinata dal comparire del coronavirus sullo scenario mondiale, basta andare a vedere quale sia stata la prima legge che ha adottato Orban subito dopo aver acquisito pieni poteri: una legge che impedisce legalmente il cambio di sesso all’anagrafe.

In Australia poi, non solo alcune testate giornalistiche sono state accusate di razzismo nei confronti della popolazione cinese ma il governo ha confinato centinaia di australiani in un centro di detenzione per immigrati sull’isola di Christmas – dove in precedenza l’Associazione medica australiana aveva denunciato condizioni “inumane” a causa delle sofferenze fisiche e mentali provate dai rifugiati che all’epoca vi erano trattenuti.

Per riassumere quindi, il coronavirus oltre all’enorme emergenza sanitaria che ha già fatto migliaia di vittime, in alcune Nazioni, rappresenta un’ulteriore tipo di minaccia. Una minaccia per i diritti umani di interi popoli, diritti umani fondamentali che dovrebbero essere garantiti per tutti.

Come abbiamo visto in questo articolo infatti, spesso i governi di Paesi che già non si distinguevano per una politica trasparente, hanno violato:

  • il diritto alla salute in generale;
  • il diritto all’accesso alle informazioni;
  • il diritto ad usufruire dei trasporti pubblici essenziali (che soprattutto in un’epoca di emergenza devono essere garantiti per permettere il raggiungimento degli ospedali, per esempio);
  • il diritto alla privacy (che può essere limitato ma non eroso del tutto);
  • il diritto alla parità di trattamento, dando luogo a discriminazioni nei confronti di minoranze o di fasce deboli della popolazione;
  • il diritto alla vita (che, in casi estremi come Filippine ed Africa, è direttamente minacciata)

In definitiva, purtroppo queste non saranno le sole violazioni dei diritti umani che sono state e verranno messe in atto dai Paesi – e purtroppo questa non sarà la lista definitiva delle Nazioni che hanno adottato misure così lesive – durante la lotta al coronavirus ma quel che è certo è che i loro effetti continueranno a prodursi per molto tempo e quindi non si può escludere che le stesse daranno origine a nuove ondate migratorie.

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