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18 dicembre 2021: Giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti

I numeri spesso passano in secondo piano; eppure, questa volta, sono l’emblema dello stato di arretratezza della società mondiale in cui viviamo circa un tema essenziale come la protezione dei diritti dei lavoratori migranti. Infatti ad oggi, a 30 anni dall’approvazione della Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti e dei membri delle loro famigliesolo 56 Stati (sul totale di 208) hanno ratificato la Convenzione, mentre 13 Stati hanno firmato senza però ratificarla. Quello che è ancor più significativo è che nessun Paese dell’Europa occidentale o del Nord America hanno ancora firmato la Convenzione. 

Il 18 dicembre 1990 a New York, durante la 45esima sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite veniva approvata la Convenzione sopra menzionata. Tuttavia, il trattato è entrato in vigore solo nel luglio 2003, dopo il raggiungimento della soglia obbligatoria dei 20 Stati ratificanti. In occasione di tale data si celebra la giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti.  

L’obiettivo principale della Convenzione non era quello di creare “nuovi diritti” esclusivi per i lavoratori migranti, ma garantire loro la parità di trattamento e le stesse condizioni di lavoro dei cittadini. In un’ottica critica, ci si rende conto della discriminazione di base imposta dalla legge internazionale stessa, visto che tale rivendicazione è avvenuta soltanto nel 1990. Inoltre, seppur in maniera sottile, la stessa Convenzione continua a fare una differenza tra gli i migranti regolari e coloro che risiedono irregolarmente sul territorio. Sebbene nella Parte III del Trattato infatti, vi sia una lista di diritti umani fondamentali che devono essere garantiti a tutti i lavoratori migranti e ad i membri delle loro famiglie, nella Parte IV si prevede tutta una serie ulteriore di diritti di cui invece sono titolari solo quei lavoratori migranti – ed i membri della loro famiglia – che si trovano in una situazione di regolarità con riferimento alla loro presenza sul territorio.  

Ma qual è la definizione di lavoratore migrante

Secondo l’art. 2 della Convenzione, ci si “riferisce a una persona che sarà occupata, è occupata o è stata occupata in un’attività remunerata in uno Stato del quale non è cittadino”. La nozione si estende poi ad una serie di categorie quali i lavoratori trans-frontalieri, gli stagionali, i marittimi, gli impiegati su una piattaforma a largo, gli itineranti, nonché i lavoratori a progetto e con un’occupazione determinata.  

In generale, la disciplina contenuta nella Convenzione in commento si applica a “tutti coloro che sono considerati in possesso di documentazione o in una situazione regolare e sono autorizzati ad entrare, stabilirsi e svolgere un’attività remunerata all’interno del territorio” nonché a coloro che sono privi di documentazione o in situazione irregolare e che quindi non hanno ottenuto la suddetta autorizzazione (Art. 5, par. a; b). 

Una panoramica sulla situazione nel 2021 

Facciamo ora il punto della situazione con riferimento al numero di lavoratori migranti presenti in Italia. Per poter ottenere un quadro il più possibile puntuale, abbiamo analizzato l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), risalente allo scorso giugno, ed i rapporti prodotti annualmente dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano – dedicati all’analisi della dimensione locale del fenomeno migratorio nelle maggiori aree metropolitane italiane. 

Il rapporto dell’OIL dedica una parte introduttiva al contesto storico della pandemia Covid 19. La situazione dei migranti lavoratori è nettamente peggiorata a causa delle condizioni precarie nelle quali spesso i migranti sono costretti a vivere, svolgendo principalmente lavori nel settore della salute, dei trasporti, dei servizi e dell’alimentazione. 

Il rapporto stima poi un aumento di 5 milioni di lavoratori migranti rispetto al 2017 (anno in cui si registravano 164 milioni), arrivando a 169 milioni, tra cui 99 milioni di uomini e 70 milioni di donne. L’età di queste persone rientra nella categoria dei cosiddetti “giovani adulti” (25-64 anni). Rispetto al 2017 la percentuale di “giovani adulti” è in aumento: si è passati dall’8.3% al 10%. 
Il settore per eccellenza più occupato da questa categoria è quello dei servizi (66.2%), seguito dall’industria (26.7%) e dall’agricoltura (7.1%). 

Geograficamente parlando, tra i 169 milioni di lavoratori migranti, 113.9 milioni si recano in Paesi ad alto reddito e 33 milioni risiedono in Paesi ad alto-medio reddito. Facendo una panoramica più estesa, con focus sui continenti, si evince che i continenti che ospitano il più alto numero di migranti sono Europa ed Asia centrale (che complessivamente ospitano 63,8 milioni di persone), immediatamente seguite dalle Americhe (43,3 milioni). 

I rapporti annuali del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali italiano invece, ci permettono di capire la situazione nelle maggiori metropoli d’Italia. Per ragioni di sintesi, abbiamo analizzato soltanto i dati di alcune delle città presentate dallo studio ministeriale. In particolare, le città di cui parleremo sono Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli e Bari.  

Dal punto di vista sociodemografico, i dati rivelano una maggiore presenza di lavorati migranti nelle città del Nord Italia grazie alla presenza di maggiori elementi di inclusione e di maggiori opportunità di condurre una vita dignitosa. La percentuale dei residenti non comunitari rispetto al totale dei residenti è pari al 12% a Milano, 10% a Firenze, 5% a Torino, 7.4% a Roma, 3.7% a Napoli e 2.8% a Bari. L’unico dato discordante è quello di Roma, vista la dimensione demografica della città.  

Nonostante si possa pensare che i flussi migratori in Italia appartengano tutti alla rotta migratoria del Mediterraneo, dai dati dei rapporti citati capiamo che i Paesi di provenienza dei lavoratori migranti regolarmente soggiornati differisce in ogni città. Infatti, coloro che risiedono a Milano provengono principalmente dall’Egitto; chi si è stabilito a Torino proviene principalmente dal Marocco; a Firenze c’è una forte presenza di lavoratori originari della Cina; a Roma delle Filippine; a Napoli dell’Ucraina ed a Bari dell’Albania.   

Per quanto riguarda il mercato del lavoro, lo scenario segue proporzionalmente i dati sociodemografici precedentemente analizzati. Infatti, a Milano gli occupati non comunitari sul totale degli occupati rappresentano il 12.4%, a Firenze l’8.5%, a Torino il 4.2%, a Roma l’8%, a Napoli il 6.8% ed a Bari il 3%. In tale contesto, è interessante esaminare la tipologia professionale dei lavoratori non comunitari che corrisponde a lavori manuali non qualificati – ad eccezione della città di Torino. 

Large Movements celebra la giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti per ribadire ancora una volta che i diritti di questa categoria peculiare di migranti devono essere considerati come i diritti del resto dei lavoratori.  

La situazione economica e politica fa sì che la distribuzione sul territorio – nazionale ed internazionale, come abbiamo visto – di tale categoria, sia alquanto sproporzionata e che le prospettive di vita offerte siano differenti da Stato a Stato e da città a città. Tuttavia, ciò non deve far venir meno il rispetto dei diritti fondamentali, quali la sicurezza, le condizioni di vita, le condizioni salariali etc., per tutti coloro che cercano di essere inclusi in una nuova società

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https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/comunicati-stampa/WCMS_809261/lang–it/index.htm
https://it.wikipedia.org/wiki/Convenzione_internazionale_sulla_protezione_dei_diritti_dei_lavoratori_migranti_e_dei_membri_delle_loro_famiglie#Firme_e_ratifiche
https://www.lavoro.gov.it/documenti-e-norme/studi-e-statistiche/Documents/La%20presenza%20dei%20migranti%20nelle%20aree%20metropolitane,%20anno%202020/RAM-2020-Roma-Capitale.pdf
https://www.lavoro.gov.it/temi-e-priorita/immigrazione/Pagine/Studi-e-statistiche.aspx
Laura Sacher

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