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Conservazione fortezza: il nuovo volto del colonialismo occidentale

di Laura Sacher

Fino a qualche decennio non si sarebbe mai pensato che due termini come Colonialismo e Conservazione sarebbero potuti andare insieme. Eppure, la conservazione della natura ha preso sempre più le vesti di un fenomeno colonialista. Si è arrivati così a parlare di “conservazione fortezza”.  Questo LM Talks ci fa conoscere un modello di conservazionismo a carattere occidentale che prende di mira le popolazioni indigene e locali, vittime dell’usurpazione della loro terra d’origine.

Romane Michon, esperta in minoranze e popolazioni autoctone, giornalista indipendente per Junction Press, ci fa un breve ma efficace riepilogo delle origini, le conseguenze e le possibili soluzioni di una questione venuta sempre più urgente, per molteplici fattori. Quando si sente parlare di protezione e conservazione della natura si pensa inconsciamente ad un fenomeno benigno e positivo per l’habitat naturale, le specie animali e le popolazioni locali che vi risiedono. Tuttavia, sono sempre più numerose le testimonianze e le ricerche che dimostrano che la mano occidentale anziché proteggere, ha distrutto e costretto a lasciare le proprie terre i popoli autoctoni, aprendo le porte ad attività turistiche e di puro interesse economico.

Dove vivono per lo più le popolazioni indigene?

Secondo il più recente report del Gruppo di lavoro internazionale per gli Affari Indigeni delle Nazionali Unite, in tutto il mondo vi sono 370 milioni di popoli indigeni, di cui l’88% risiede in Groenlandia, l’80% in Polinesia francese ed il 48% in Bolivia.   
L’ultimo studio del gruppo di ricercatori internazionali della Charles Darwin University, pubblicato su Nature Sustainability, ha dichiarato che in tutto il mondo, le popolazioni indigene gestiscono un quarto dei territori. “Uno dei risultati sorprendenti dello studio è stata l’estensione dei terreni che hanno forti legami con le popolazioni indigene che sono stati poco modificati dallo sviluppo”. Ciò a dimostrare il potenziale che la presenza dei popoli indigeni può rappresentare per il rispetto e lo sviluppo della biodiversità dei territori abitati da questi. Tra le poche politiche esemplari, l’Australia detiene il primato: secondo un’autrice dello studio sopra menzionato infatti, qui “quasi la metà di tutte le aree protette sono di proprietà e gestite da popolazioni indigene. La coincidenza tra gli interessi delle popolazioni indigene e la conservazione è una pietra miliare della politica della conservazione australiana”.

Seguendo una mentalità puramente capitalista e diretta ad aumentare i flussi turistici, si è arrivati a sviluppare il concetto che qualsiasi attività umana nelle aree protette rappresenti un rischio, senza riflettere sulle vere conseguenze che l’eliminazione delle popolazioni locali e loro varie attività possano apportare. Questo concetto – assolutamente generalista e distaccato dalle realtà delle popolazioni locali – è stato denominato “conservazione fortezza. Un esempio eclatante è il parco nazionale di Yellowstone negli Stati Uniti, fondato nel 1872. Ad oggi il parco ricopre 9.000 km quadrati di superficie ed essendo stato proclamato Parco Nazionale nel 2019, non è più accessibile alle popolazioni indigene.

Lo stato di arretratezza circa la protezione dei popoli indigeni è dimostrabile anche dalla data della sola regolamentazione giuridica che protegge i diritti di tali popoli: la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni è stata approvata soltanto nel 2007. Questo strumento giuridico proclama i diritti di questi popoli; ad esempio, l’articolo 10 prevede la necessità di ottenere il loro “consenso libero, preventivo ed informato” in tutte le questioni riguardanti i loro territori. Che sia per lo sfruttamento delle risorse minerarie sulle loro terre o per la creazione di parchi nazionali per la conservazione della natura, il loro consenso deve essere quindi rispettato.

Fortunatamente, e grazie al patrocinio delle ONG per i diritti degli indigeni, sta crescendo la consapevolezza ai vertici e si sta cercando di stabilire un metodo di conservazione della natura che rispetti i diritti dei popoli indigeni.

C’è bisogno infatti, di creare un quadro che permetta a questi custodi della natura di far parte del processo decisionale e di contribuire a questa conservazione. Ad esempio, al Congresso mondiale della natura organizzato dall’Unione internazionale per la conservazione della natura, di cui abbiamo parlato in questo LM Talks, hanno partecipato 1400 rappresentanti tra organizzazioni governative e non, membri della società civile, di comunità locali autoctone e ricercatori.

https://youtu.be/YQweMoZEglk

Large Movements fa un appello: è ora di capire che la concezione occidentale della società che si è affermata dalla rivoluzione industriale ad oggi rappresenta un grande rischio per la natura poiché ci pone in relazione con essa in maniera del tutto utilitaristica.

Dovremmo invece prendere esempio proprio da quei popoli indigeni che pretendiamo di non vedere poiché questi sono ancora legati ad essa in maniera indissolubile e si battono con tutte le loro forze per la preservazione e conservazione della stessa. La comunità internazionale, dunque, deve iniziare a coinvolgere direttamente ed attivamente le popolazioni indigene nei vari dibattitti sempre più attuali sugli effetti dei cambiamenti climatici e su cosa si può fare per interrompere questo stato di erosione naturale.

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https://www.amicidellanatura.it/la-conservazione-fortezza/ https://www.statista.com/chart/18981/countries-with-the-largest-share-of-indigenous-people/

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