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Impatto della pandemia da Covid-19 sulle migrazioni

Il virus da Covid-19 è comparso per la prima volta a Wuhan, in Cina, nel dicembre 2019. Da quel momento in poi ha iniziato a propagarsi in tutto il mondo finché il 30 gennaio 2020 l’OMS è stata costretta a dichiarare l’emergenza globale: dal 11 marzo 2020, il virus da Covid-19 è assurto allo status di vera e propria pandemia.

Tante cose sono cambiate in questo anno e mezzo: abbiamo imparato a convivere con questo virus e ad adattare le nostre vite in funzione dell’andamento pandemico. Si dice che il virus sia universale, ossia che colpisca tutti, ricchi e poveri, uomini e donne, anziani e bambini in modo indiscriminato. Se è vero che il virus non fa distinzioni è vero anche che non tutti possediamo gli stessi mezzi per affrontarlo. Insieme alle problematiche legate alla salute pubblica, la pandemia ha portato anche problemi legati alla solitudine, alla depressione ed alla crisi economica innescata dalla necessità di mettere in stand-by le nostre vite. Chi sta soffrendo maggiormente degli effetti della pandemia sono le fasce più deboli della popolazione e tra esse rifugiati e migranti.

1. Impatto su migrazioni regolari e irregolari

L’impatto che la pandemia ha avuto sulle migrazioni non è da sottovalutare. e investe due diversi aspetti: da un lato l’impatto sulle migrazioni regolari e irregolari, dall’altro le ripercussioni economiche e sociali sui migranti già presenti in Italia ed in Europa.

La chiusura delle frontiere, disposta dai vari governi per evitare l’ulteriore diffusione del virus, ha avuto come effetto immediato il crollo delle immigrazioni regolari. Secondo il rapporto ISPI del 2021 il numero di permessi di soggiorno rilasciati dai paesi appartenenti all’organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OSCE) è crollato del 75%-80% nei primi sei mesi del 2020.

Le ragioni si possono ritrovare nelle misure restrittive imposte dai governi dei vari Paesi: ma non solo. Ad aprile 2020, il 90% della popolazione mondiale si trovava bloccata in Paesi che avevano all’improvviso limitato la circolazione e precluso l’ingresso nel Paese a persone provenienti dall’estero. Coerentemente con questo tipo di restrizioni si è deciso di sospendere o comunque limitare i programmi di migrazione regolare. Coloro che avrebbero voluto migrare usando canali regolari hanno visto la loro domanda rimandata a data incerta: i posti per il reinsediamento dei rifugiati che si trovavano in paesi più poveri sono stati dimezzati.

Bisogna però dire anche che la crisi economica innescata dalla pandemia ha avuto un effetto deterrente sulla volontà delle persone di spostarsi alla ricerca di lavoro in paesi più ricchi. Questo ha di certo contribuito alla diminuzione dei flussi di migrazione regolari anche se tante persone hanno comunque provato ad emigrare alla ricerca di situazioni migliori, malgrado la crisi economica in atto. Poiché migrare in modo legale è diventato pressoché impossibile, molti hanno optato per le rotte irregolari. Infatti, a un calo delle migrazioni regolari, non corrisponde un calo altrettanto drastico di quelle irregolari: anzi, su due delle tre rotte del Mediterraneo è stato registrato un incremento dei numeri.

Secondo il rapporto ISPI si è verificato un calo di quasi il 24% degli sbarchi in Europa nel 2020 rispetto al 2019, ma tale calo segue una costante tendenza di discesa che è in atto da ormai 5 anni. Ciò che “stupisce” è che non ci sia stato uno stop totale o un calo repentino delle migrazioni irregolari, nonostante le politiche di chiusura adottate dai governi. Il minor numero di arrivi è stato registrato ad aprile, all’apice della pandemia: la paura del virus è stata di breve durata. Analizzando gli arrivi sulle rotte che portano in Europa (Mediterranea orientale, centrale e meridionale, ed Atlantica), si possono individuare tendenze diverse. Se è vero che tutte le rotte hanno subito l’influenza della pandemia, è anche vero che ci sono state altre forze in gioco che hanno continuato ad agire. Analizziamole insieme.

Sulla rotta orientale che dalla Turchia porta in Grecia la tendenza degli ultimi anni era di discesa a seguito degli accordi UE-Turchia. Nel 2019 i flussi erano tornati a intensificarsi a causa della volontà del governo Erdoğan di rinegoziare gli accordi, ma in concomitanza con l’inizio della pandemia sono ritornati più bassi di sempre e non sono più risaliti. Nonostante il calo, il governo greco ha intensificato la pratica dei respingimenti, impedendo alle persone a bordo delle imbarcazioni di presentare regolare domanda d’asilo.

Sulla rotta opposta, la cosiddetta rotta meridionale, che dal Magreb porta alla Spagna, la situazione è stata diversa. Nel 2019 gli arrivi erano crollati a seguito del coinvolgimento delle autorità marocchine che avevano intensificato i controlli della propria Guardia Costiera. Con l’inizio della pandemia i numeri sono drasticamente crollati, ma a differenza di ciò che è accaduto sulla rotta orientale i numeri sono tornati rapidamente a crescere fino a raggiungere i livelli del 2019. A ciò si aggiunge la riapertura della cosiddetta rotta atlantica che dai paesi dell’Africa Occidentale porta alle Canarie. Gli arrivi sono stati quasi 21.000 e, a fronte di ciò, il governo spagnolo ha riattivato o potenziato i centri di trattenimento e rimpatrio presenti nell’arcipelago.

Sulla rotta centrale, nota nel nostro Paese perché è quella che porta in Italia, la situazione è molto simile a quella della rotta meridionale: a un calo dovuto alla prima ondata della pandemia ha fatto seguito un’impennata. Alla fine del 2020 in Italia erano sbarcate 34.000 persone, più del triplo rispetto al 2019. La ragione di questa impennata potrebbe risiedere in un ulteriore deterioramento delle condizioni di vita, già di per sé drammatiche, dei migranti in Libia (Paese dal quale parte la maggioranza delle persone che sbarca sulle nostre coste) che ha spinto le persone a sfidare la sorte nonostante la pandemia.

Il caso della rotta centrale permette di capire meglio anche l’impatto economico che la pandemia ha avuto sulle migrazioni irregolari. Il Covid-19 ha aggravato, infatti, crisi economiche e sociali già in atto in paesi come ad esempio la Tunisia. Fortemente legata al settore turistico che già aveva subito un calo a seguito degli attentati del 2015, con la pandemia, tra aprile e giugno 2020, la Tunisia ha subito un crollo del settore di quasi il 100%. Inoltre, i lavoratori stagionali tunisini che si recavano annualmente nel nostro Paese, impossibilitati a entrare in modo regolare a causa della chiusura delle frontiere, hanno scelto le rotte irregolari, tant’è che nel 2020 i migranti tunisini hanno rappresentato quasi il 90% di tutti gli arrivi irregolari.

2. Situazione ai confini

Quando parliamo di impatto della pandemia sui flussi migratori non possiamo esimerci dal parlare della situazione ai confini e di come sia mutata la percezione di dette barriere.

Negli ultimi anni il mondo ha visto il diffondersi del concetto di globalizzazione,  ovvero dello scambio continuo di “merci, capitali, uomini e informazioni” da un luogo ad un altro. L’implementazione delle tecnologie ha reso possibile trasferimenti più rapidi e fluidi ed anche per gli individui è più facile muoversi da un Paese all’altro. L’Unione Europea è nata proprio con l’obiettivo di indebolire le barriere interne tra gli Stati. La pandemia ha inferto un duro colpo alla globalizzazione. I confini, interni ed esterni si sono rialzati e sono stati intensificati. Pensiamo solo che al momento è proibito non solo passare da un Paese all’altro, ma addirittura da un comune all’altro. Dopotutto, è inutile negarlo, la propagazione del virus è stata causata anche dalla facilità dei movimenti umani.

I flussi migratori però non sono arrestabili. L’essere umano è un animale in perenne movimento e, come abbiamo visto nel paragrafo precedente, non basta una pandemia o una crisi economica nel paese di arrivo a bloccare i movimenti degli individui. Le persone hanno continuato a muoversi e qual è stata la reazione dei paesi e soprattutto qual è la situazione ai confini?

La narrazione della pandemia ha preso il posto del racconto sull’”invasione straniera” che ci ossessionava ormai da anni. I motivi di preoccupazione dell’opinione pubblica sono diventati improvvisamente altri, ma questo non vuol dire che i processi politici ed i dibattiti sulle migrazioni nelle “case del potere” siano cessati. In Italia, ad aprile, il governo ha dichiarato che a causa dal Covid-19 il Paese non poteva più ritenersi porto sicuro e quindi vietava fino al 31 luglio gli sbarchi delle persone salvate in mare dalle barche delle ONG. Solo successivamente si è deciso di non negare lo sbarco ma di introdurre l’obbligo di quarantena preventiva. 

In Grecia, nonostante il crollo dei flussi, il governo ha rinforzato le politiche di respingimento violando dunque il principio internazionale di non-refoulement. A Malta, alle navi ONG è stato vietato il salvataggio in mare a causa delle restrizioni per il Covid-19. Il 20 marzo 2020, la guardia costiera di Cipro ha respinto un’imbarcazione con 175 siriani richiedenti asilo tra cui 30 donne e 69 bambini.

Anche alle frontiere terrestri la situazione non è stata delle migliori. L’Ungheria ha sospeso l’ammissione dei richiedenti asilo in arrivo dal confine serbo adducendo la motivazione della pandemia.

Insomma, la tendenza osservata dalle varie ONG ma anche dalle commissioni delle istituzioni europee è stata la chiusura verso lo straniero in virtù della necessità di salvaguardare la salute dei propri concittadini. I governi hanno alzato le barriere e troppo spesso non si sono preoccupati di violare principi riconosciuti a livello internazionale come quello di non-refoulement, usando come scusa l’emergenza sanitaria in atto. Molti esseri umani si sono dunque trovati respinti, in balia degli eventi e senza un posto dove stare proprio, quando avere accesso a servizi sanitari e ad alloggi sicuri era di vitale importanza non solo per la loro salute ma anche per quella di tutti noi.

3. Impatto sui diritti umani

Abbiamo parlato del forte impatto che l’epidemia da Covid-19 ha avuto sulle migrazioni regolari e irregolari, ma qual è stata la conseguenza sui diritti delle persone già presenti nei Paesi dell’Unione Europea?

UNHCR ha evidenziato che a Cipro le misure restrittive hanno obbligato numerosi richiedenti asilo a rimanere in strutture di accoglienza spesso sovraffollate: la quarantena nei campi profughi di Pournara e Kofinou veniva fatta nelle tende e questo portava a rischi per la protezione dei bambini non accompagnati e delle persone vulnerabili. Inoltre, a causa del blocco temporaneo delle registrazioni dei nuovi arrivi, molte persone hanno dovuto dormire sui pavimenti dell’ufficio immigrazione.

In Austria vige la regola che qualora i beneficiari della protezione sussidiaria perdano il lavoro, perdono anche le agevolazioni sociali quali gli assegni familiari e quelli per la cura dei minori. Con la pandemia queste persone si sono trovate a perdere anche il supporto speciale erogato dallo Stato per il Covid-19 e a ricevere pertanto solo il supporto di base. Ciò ha portato intere famiglie sotto la soglia della povertà.

In Italia il Garante per la protezione delle persone carcerate o private della libertà personale ha sottolineato il fatto che nei CPR le norme internazionali di sicurezza e il diritto alla privacy non sono sempre rispettati. Inoltre, i provvedimenti adottati hanno spesso avuto l’effetto di aggravare la situazione, già di per sé precaria, di molte persone.

Per quanto riguarda gli stranieri, uno dei problemi maggiori è l’iter burocratico per il rilascio dei permessi di soggiorno. Vi è stata una temporanea chiusura degli sportelli degli uffici immigrazione sul territorio che ha reso impossibile richiedere o rinnovare i permessi di soggiorno. Inoltre, a causa della sospensione “temporanea” delle audizioni per la richiesta di asilo, presentare domanda di protezione internazionale è diventato difficile. Ciò ha reso impossibile scongiurare un provvedimento espulsivo o richiedere misure di accoglienza per richiedenti asilo.

Varie problematicità sono state rilevate anche all’interno delle strutture di accoglienza dove il sovraffollamento ha reso difficile il rispetto delle regole di distanziamento e degli standard di salute. Inoltre, l’accesso ai servizi sanitari non è stato semplice per gli ospiti del CAS e dei CARA. In tempi di pandemia è gravissimo non poter accedere alle misure di accoglienza e nello specifico alle cure sanitarie.

In sintesi, in gran parte dei Paesi europei si sono verificate difficoltà nella gestione dei migranti e richiedenti asilo. In molti casi i problemi erano già presenti nei vari sistemi d’accoglienza, ma l’arrivo della pandemia li ha sicuramente accentuati.

4. Conclusioni

La pandemia da Covid-19 ha avuto un forte impatto sulle vite di tutti. Purtroppo, le conseguenze sono destinate a perdurare. Anche se la campagna di vaccinazione di massa dovesse dare i risultati sperati nel breve termine, la crisi economica e sociale innescata non sarà facile da superare. Dobbiamo però ricordare sempre che nonostante ci troviamo tutti nella stessa tempesta, non siamo tuti sulla stessa barca: durante una tempesta uno yacht ha di certo più possibilità di un gommone di uscirne indenne. Sono tante le fasce della popolazione che la pandemia ha toccato in modi imprevisti, repentini e forti, tra questi non dobbiamo dimenticare i migranti e i rifugiati. Troppo spesso ci dimentichiamo della loro presenza e senza l’interesse dei mass media, che hanno spostato lo loro attenzione altrove, si corre il rischio di credere che la pandemia abbia totalmente bloccato i flussi migratori e che i problemi della gestione degli sbarchi sia ormai acqua passata. Come abbiamo visto non è affatto così, anzi l’attenzione alla gestione delle migrazioni e sulla gestione dell’accoglienza migranti dovrebbe rimanere prioritaria. È sicuramente importante salvaguardare il nostro stato di salute, ma ciò non deve essere fatto a discapito del rispetto dei diritti umani dei più deboli.

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Myrlande Nardi

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