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COVID-19 E DIRITTI UMANI: aggiornamenti dal mondo

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Circa due mesi fa noi di Large Movements abbiamo affrontato la questione dell’emergenza sanitaria scoppiata con la diffusione del Covid-19 nel mondo, in relazione ai diritti umani. Il rapido dilagarsi della pandemia ha infatti costretto milioni di persone a limitare le proprie libertà in uno sforzo collettivo, mettendo in crisi anche la più stabile delle democrazie. In quei Paesi amministrati da regimi più o meno autoritari, poi, le libertà individuali si sono costrette a tal punto da causare delle vere e proprie violazioni dei diritti umani.

Nel frattempo, l’epicentro dei contagi si è rapidamente spostato da est ad ovest. Dalla Cina, passando per l’Europa, il Covid-19 attualmente imperversa prevalentemente nel continente americano, con Stati Uniti e Brasile in testa alla classifica mondiale. E mentre la ricerca si affanna nella preparazione di un vaccino, la pandemia continua la sua avanzata incontrastata. Ad oggi le cifre spaventano. Oltre 8 milioni di contagi, 440mila morti e nessun Paese al mondo senza casi di coronavirus.

Europa

Allo stato attuale, mentre alcuni Paesi combattono contro la diffusione del virus come possono, altri iniziano una graduale riapertura verso una nuova normalità. Dopo la Cina, l’Italia ed altri Paesi europei stanno sperimentando l’impatto delle nuove norme di sicurezza ed igiene sul propagarsi del virus e sulla riapertura economica. Il dibattito internazionale si è dunque incentrato sul rischio che lo stato di emergenza e la successiva fase di riassesto possano, in determinate situazioni, minacciare il rispetto dei diritti fondamentali dei cittadini.

A livello europeo, il rischio più palese si identifica nella violazione della privacy individuale. In Cina e a Hong Kong, prima di noi, i governi hanno messo in atto una strategia di monitoraggio delle interazioni sociali tramite lo smartphone che permette di ricostruire i contatti tra persone con lo scopo di ritracciare il percorso di un eventuale nuovo focolaio di contagio. Il metodo è stato criticato perché viola la privacy degli utenti, rendendo pubbliche informazioni sui loro spostamenti ed interazioni. Per replicare un sistema analogo in Europa, gli sviluppatori del software si sono dovuti ingegnare per sostituire il metodo di tracciamento con un sistema basato su statistiche anonime.

Anche la libertà di espressione è minata. In Polonia, un membro dello staff medico è stato licenziato a seguito della sua pubblicazione di un report sulle condizioni del personale all’interno degli ospedali. Questo perché a marzo il Ministro della salute aveva approvato una comunicazione che proibiva ogni tipo di dichiarazione indipendente sul coronavirus, facendosi l’unico garante autorizzato dell’informazione sul tema.

Casi analoghi di censura si sono verificati in Turchia. Qui, inoltre, per garantire dei minimi standard di distanziamento sociale ed evitare la propagazione del virus nelle carceri, è stata predisposta la liberazione di circa 100mila detenuti. Il decreto, tuttavia, esclude i prigionieri politici, i giornalisti e i difensori dei diritti umani, ma comprende alcuni assassini.

Asia

Intanto in Cina il livello di contagi è sceso gradualmente grazie alle rigide misure di prevenzione messe in atto dal governo centrale. Il metodo cinese di contrasto al virus resta comunque al centro delle polemiche per la sua carenza di trasparenza. Gli attivisti che hanno condiviso informazioni sulla situazione di pandemia in Cina sono stati intimiditi e molestati. Nella contesa emersa tra Stati Uniti e Cina, che ha come oggetto la strategia portata avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, il governo di Xi Jinping è accusato di aver tardato troppo nel dare l’allarme sul virus e nel fornire il genoma e le informazioni sul Covid-19 al resto del mondo. Circa 120 Paesi sostengono questa accusa.

Donald Trump, a sua volta, ha dimostrato il suo risentimento congelando i fondi statunitensi all’Organizzazione, che ammontavano a 450 milioni di dollari (il 20% circa dei finanziamenti totali), nel bel mezzo della pandemia. Per far luce su quanto avvenuto, i Paesi dell’OMS hanno aperto un’indagine indipendente che andrà a valutare le strategie adottate dalla Cina e dal sistema sanitario internazionale per far fronte alla pandemia. Tuttavia il virus non accenna a sparire. Un nuovo focolaio di contagio è stato registrato in un mercato di Pechino, costringendo la regione ad un nuovo lockdown.

In India, dal 24 marzo le misure di confinamento si sono estese a livello nazionale per 21 giorni. Le conseguenze maggiori si sono abbattute sugli strati più poveri della popolazione, soprattutto quelli che si sostentano grazie all’economia informale. A seguito di ciò, il Paese ha intrapreso un graduale allentamento delle misure di confinamento. Le conseguenze sono state devastanti: in una sola settimana i contagi hanno subito una nuova impennata superando la soglia dei 100mila nuovi infetti.

Gli ospedali, i cimiteri e i forni crematori sono saturi, e si ipotizza di convertire gli stadi in nuovi reparti per accogliere i pazienti infetti da coronavirus. Le linee ferroviarie sono state bloccate nel Paese, limitando la libertà di spostamento per affrontare l’emergenza. Per far fronte a questa nuova ondata, 500 vagoni ferroviari sono stati intanto trasformati in reparti di isolamento.

Il 10 aprile scorso Amnesty International ha pubblicato immagini che ritraevano dei detenuti cambogiani in condizioni disumane dentro a un carcere. Ammassati in celle dalle dimensioni ridotte, i prigionieri sono impossibilitati a rispettare le regole di distanziamento sociale. In Cambogia l’affollamento nelle carceri è un problema diffuso, per cui si stima che alcune strutture sfiorino il 500% delle proprie capacità. Oltre a violare i diritti umani alla dignità, la situazione mette i detenuti a rischio contagio da Covid-19 a un livello esteso.

La strategia adottata dal presidente filippino Rodrigo Duterte ha avuto un’ampia eco mediatica a causa della sua brutalità. Egli ha infatti dato l’ordine di sparare a chi fosse stato trovato ad evadere la quarantena, violando il diritto alla vita dei suoi stessi cittadini. Parallelamente, ha assicurato che l’assistenza statale non mancherà, e che beni di prima necessità come il cibo verranno distribuiti in tutto il Paese.

Africa

Nel continente africano la diffusione del nuovo coronavirus avanza soprattutto in Sudafrica. Qui, dopo la quarantena imposta dal governo e una graduale riapertura, le cifre conoscono una nuova impennata. La diffusione del Covid-19 però non è l’unica emergenza che il Paese sta affrontando. Conseguentemente al lockdown, il fenomeno del femminicidio si è rafforzato. Denunciata da Ndileka Mandela, nipote di Nelson Mandela, la violenza di genere in Sudafrica è un problema radicato nella società. Le misure di quarantena hanno peggiorato la situazione, costringendo migliaia di donne al confinamento domestico con il partner violento.

Intanto nelle grandi metropoli come Città del Capo dove non arriva lo Stato arrivano le gang criminali. Queste, infatti, si stanno adoperando per portare pane, farina e verdure nei quartieri più disagiati. Coloro che sopravvivevano con le elemosina e hanno provato ad uscire di casa per cercare del cibo, hanno subito le violenze della polizia e dell’esercito che erano all’ordine del giorno nel primo periodo di lockdown.

In situazioni belliche come quella libica, la sanità soffre crisi senza eguali. Ignorando la chiamata mondiale al cessate il fuoco avanzata dal Segretario Generale dell’ONU, gli ospedali in Libia sono continuamente sotto attacco. I raid sono condannati dal diritto umanitario come violazione dei diritti umani, specificamente dei diritti alla vita e alla salute.

Americhe

Nel frattempo il virus ha attraversato l’oceano. Gli Stati Uniti attualmente restano il Paese con il maggior numero di contagi e morti. Il presidente Donald Trump ha ritrattato la sua posizione iniziale in cui aveva paragonato il nuovo virus ad una semplice influenza che sarebbe passata da sola.

In questo contesto, oltre alla crisi sanitaria va a rafforzarsi la crisi economica, che ha già causato la perdita del lavoro ad oltre 14 milioni di persone. Le comunità più vulnerabili sono indubbiamente quelle che risentono di più della situazione attuale. In primis, il sistema sanitario statunitense, non essendo pubblico, esclude una larga fascia della popolazione che non può permettersi le cure ospedaliere. Questa fascia va ad allargarsi sempre di più, in linea con il vertiginoso aumento del tasso di disoccupazione. In più, a seguito dell’omicidio dell’afroamericano George Floyd, avvenuto il 25 maggio scorso, si è innescato un moto di proteste contro il razzismo ancora radicato negli USA. Migliaia di cittadini si sono dunque riversati nelle piazze, impedendo il rispetto delle norme di distanziamento sociale, per protestare contro il sistema attuale, probabilmente incitati anche dal malcontento in ascesa.

L’Uruguay, come il Costa Rica, sono stati due casi esemplari di gestione dell’emergenza sanitaria in maniera assolutamente democratica. Senza il bisogno di imporre un lockdown i governi sono riusciti a sconfiggere la pandemia, che a giugno ha registrato in Uruguay un’intera settimana senza nuovi contagi. Qui, la strategia del governo neoeletto si è basata sull’informazione e la sensibilizzazione generale, effettuando parallelamente test diagnostici a tappeto. I cittadini si sono dunque isolati volontariamente, chiudendo esercizi commerciali non indispensabili fino all’appiattimento della curva dei contagi. Tramite la creazione di un consiglio di medici specializzati, il governo ha affrontato l’ondata di contagi evitando di saturare gli ospedali, possibili focolai, ma piuttosto promuovendo le cure a domicilio.

Purtroppo però nel resto dell’America Latina la situazione è ben diversa. In Cile la popolazione si trova costretta a decidere se morire di Covid-19 o se morire di fame. In molti quartieri le famiglie riescono ad alimentarsi solamente grazie alle donazioni dei concittadini, che distribuiscono i pasti nei propri quartieri a chi non se lo può più permettere.

Il problema dell’affollamento delle carceri rende inutili le norme di distanziamento sociale e di igiene in molti Paesi del continente. In Venezuela, la carenza di cibo ha causato lo scoppio di una rivolta nel penitenziario di Los Llanos causando 40 morti e una sessantina di feriti.

Ma il Paese che riversa nelle condizioni più critiche è indubbiamente il Brasile. Con oltre 13 milioni di cittadini che vivono raggruppati nelle favelas, mantenere il distanziamento sociale minimo è impossibile. In questi conglomerati urbanistici la sanificazione e l’igiene personale scarseggiano a causa della carenza di acqua corrente. Il presidente in carica, Jair Bolsonaro, sostiene fin dai primi contagi che le misure di contrasto al virus adottate dagli altri Paesi siano esagerate. Secondo lui, la crisi peggiore si scatenerebbe se l’economia si fermasse, spingendo migliaia di persone nella disoccupazione. In un contesto come quello brasiliano l’eventualità che questo accada è probabile, tuttavia la strategia di Bolsonaro è in contrasto con i diritti individuali della popolazione.

Innanzitutto, la sua scelta di non agire affatto per contrastare il virus è contraria al diritto alla salute dei brasiliani. Questo sta facendo impennare la curva dei contagi all’interno del Paese, portandolo al secondo posto nello scacchiere globale dopo gli Stati Uniti. Per di più le cifre sono considerate approssimative e si teme che siano molto al di sotto dell’effettivo numero a causa della scarsità dei test effettuati. Questo dettaglio traspare dal tasso di mortalità di gran lunga superiore al resto dei Paesi, dimostrazione del fatto che il tampone viene effettuato solo su coloro che dimostrano gravi sintomi. La diffusione di notizie false che Bolsonaro sta incentivando nel tentativo di far desistere coloro che vorrebbero rifugiarsi in quarantena, è una grave violazione del diritto all’accesso alle informazioni.

Della situazione brasiliana ciò che spaventa di più è che l’infezione respiratoria si sta diffondendo nella regione dell’Amazzonia. Nella capitale Manaus i cadaveri vengono ammassati in fosse comuni. Più nell’entroterra il coronavirus ha raggiunto anche le popolazioni indigene. La carenza di strutture ospedaliere adatte ad affrontare un’emergenza di questo genere spinge le popolazioni ad adottare misure di sicurezza che consistono nel dividersi in piccoli gruppi e addentrarsi nella foresta finché l’emergenza non si considererà ritirata. Il rischio è che, colpendo più brutalmente le persone anziane, il virus possa minacciare le basi stesse di queste comunità, fondamentali per la difesa della biodiversità della regione.

In conclusione, il nuovo coronavirus sta mettendo alla prova tutte le nazioni mondiali, costringendo i poteri decisionali a fare scelte cruciali. In un contesto di emergenza globale come quello attuale è dunque giusto che i Paesi facciano tutto ciò che è in loro potere per garantire la salute e la sicurezza dei cittadini. Tuttavia, questo non può e non deve minare ai diritti fondamentali dell’uomo poiché la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, come precisato dalla Commissione che si è incaricata di redigerla, ha valore sempre e ovunque, a prescindere dal contesto in cui viviamo. A tal proposito, è indispensabile far leva sul buonsenso della popolazione tramite una comunicazione chiara e trasparente. Il rischio più grande è che le persone, a seguito della riapertura delle attività, tornino alla normalità senza prendere le giuste precauzioni. In uno scenario del genere l’eventualità di tornare ad una fase 1 è molto probabile, con tutte le disastrose conseguenze che ben conosciamo.

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