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6 FEBBRAIO 2021: GIORNATA INTERNAZIONALE CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI

2020-02-06-comunicato-mgf

Nel 2012 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dichiara il 6 febbraio la giornata internazionale a tolleranza zero per le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).

Si definisce Mutilazione Genitale Femminile quella pratica culturalmente radicata in numerosi Paesi del mondo e che prevede la modificazione chirurgica dell’organo riproduttivo femminile. La pericolosità dell’intervento e le condizioni in cui viene operato, senza tralasciare la giovane età delle bambine e ragazze che vi vengono sottoposte, hanno causato la condanna delle MGF da parte della comunità internazionale. Le mutilazioni sono infatti considerate una violazione dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia che si verifica ogni anno ai danni di 3 milioni di bambine e ragazze di 30 paesi diversi.

Il 6 febbraio 2003, in occasione della conferenza del Comitato Interafricano sulle pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute delle donne e dei bambini (IAC), la First Lady nigeriana Stella Obasanjo dichiara ufficialmente tolleranza zero per le Mutilazioni Genitali Femminili.

La condanna di detta pratica veniva inserita già da diversi anni nei verbali di convegni internazionali e nelle agende politiche di alcuni paesi, tuttavia la rilevanza simbolica che assume la conferenza di 18 anni fa conferisce a questa data un valore universale.

In quell’occasione infatti, Madame Obasanjo parla in rappresentanza di tutte le First Ladies d’Africa quando condanna le Mutilazioni Genitali Femminili e coloro che le operano; da allora, il 6 febbraio di ogni anno la comunità internazionale rinnova il suo impegno contro la diffusione di questa pratica.

Cosa si intende per Mutilazioni Genitali Femminili (MGF)

Le MGF sono vere e proprie operazioni chirurgiche che si effettuano sulle bambine tra i 3 ed i 15 anni di età. Vengono motivate da convinzioni sociali relative alla sessualità della donna ed all’imposizione di mantenerne intatta la purezza. In alcune comunità la pratica assume un significato spirituale, sebbene nessuna scrittura religiosa la menzioni.

L’operazione consiste nella modificazione dell’apparato riproduttivo femminile eseguita da un circoncisore tradizionale che va ad intervenire sull’apparato clitorideo, il quale rappresenta simbolicamente il primordiale collegamento con il pene. Il fenomeno rispecchia una forte discriminazione della donna radicata nelle società che lo praticano, e la sua ampia diffusione significa un rischio per la vita di milioni di bambine.

L’operazione, classificata internazionalmente in 4 tipi diversi, è talmente devastante per l’integrità fisica e psicologica della vittima che può anche portarla alla morte.

Tra le varie tipologie, la terza è internazionalmente riconosciuta come la pratica più grave in assoluto. Si tratta dell’infibulazione, attualmente eseguita in molti paesi. Le donne che l’hanno subita hanno diritto alla protezione internazionale, ma la strada verso la sua abolizione su scala mondiale è ancora molto lunga.

La risposta delle nazioni

Le MGF sono un tema dibattuto a livello internazionale ormai da quasi trenta anni. Le prime raccomandazioni delle Nazioni Unite ai governi dei paesi interessati risalgono alla fine degli anni ’90. Molte convenzioni delle Nazioni Unite, come la Convenzione sui diritti dell’infanzia e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), sostengono la promozione dei diritti umani delle donne e dei bambini e l’eliminazione delle MGF. Le mutilazioni vengono esplicitamente menzionate tra i target degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU, da raggiungere entro il 2030 a livello globale. Il terzo target dell’Obiettivo 5 per la parità di genere recita infatti: “Eliminare tutte le pratiche nocive, come il matrimonio delle bambine, forzato e combinato, e le mutilazioni dei genitali femminili” (Organizzazione delle Nazioni Unite, 2015).

Le Nazioni Unite e le sue diverse agenzie si sono adoperate per l’abolizione delle mutilazioni con svariati programmi e strategie globali, volte a coinvolgere attori sia internazionali che locali. Dal 1997 gli sforzi si sono rivolti sia agli operatori sanitari che le effettuano, che alle comunità che le accettano. Come risultato, sono circa 60 i Paesi che ad oggi hanno adottato una legge contro le MGF, ma quasi la metà continuano a praticarle.

La normativa italiana, con la Legge 7/2006, condanna l’esecuzione delle MGF e prevede dei fondi per la formazione del personale sanitario e degli insegnanti delle scuole dell’obbligo, nonché per la diffusione di campagne informative e di sensibilizzazione sul tema.  

Le MGF oggi

Oggi, il numero di interventi continua a salire a livello globale, come riflesso dell’aumento della popolazione. Nonostante si stia parlando del fenomeno ormai da vent’anni, non si è ancora riusciti a trovare un modo per fermare le mutilazioni, soprattutto in quei Paesi – come la Somalia – dove vengono effettuate sulla quasi totalità della popolazione femminile. La pratica è presente principalmente in Africa, Asia e Medio Oriente, ma anche in Europa occidentale e in America Latina. Solo nel 2020, circa 4,1 milioni di ragazze potrebbero aver subito questa pratica.

Nella maggior parte dei Paesi indirizzati dal fenomeno migratorio sono presenti leggi che rendono illegale la pratica della mutilazione, e che permettono alle donne migranti di accedere a servizi sanitari e psicologici ad hoc. Tuttavia, la pratica della “deinfibulazione”, cioè l’operazione che inverte il risultato della mutilazione precedentemente subita nel Paese di origine, implica comunque un impatto psicologico sulla vittima da non sottovalutare. Inoltre, anche per le migranti che sono emigrate prima di subire la mutilazione, o per quelle di seconda generazione, il rischio di essere sottoposte a questa pratica resta alto in caso di rientro in patria per visite ai familiari o per motivazioni analoghe.

Solo in Italia, le donne mutilate sono circa 90mila, di cui molte minorenni ed altrettante a rischio.

Secondo una ricerca dell’Università Bicocca di Milano, e finanziata dal Dipartimento delle Pari Opportunità, oggi 1 donna circoncisa su 3 è contraria alla pratica e solo il 10% delle intervistate ne è favorevole. Questo potrebbe significare che, se adeguatamente informate sulla pericolosità della pratica, le società potrebbero gradualmente eliminarla dalla propria tradizione locale. Tuttavia, più del 40% delle donne che subiscono le mutilazioni non esprime un’opinione a riguardo, restando inattiva nel processo legato alla loro eliminazione. La situazione attuale evidenzia quindi la necessità di promuovere la diffusione di informazione sulle conseguenze delle MGF sul corpo delle donne, sulla loro psiche e sul significato che queste assumono, all’interno delle società che le promuovono.

Le Mutilazioni Genitali Femminili sono una tortura legalizzata su vasta scala. Poiché si possono considerare un fenomeno sociale legato alla cultura locale, è necessario instaurare una stretta collaborazione con i Paesi che la praticano. Per combatterle, è necessario lavorare sul piano culturale di chi le realizza, promuovendo informazione e testimonianze che screditino qualsiasi convinzione a favore della mutilazione. Il dialogo resta un fattore fondamentale per l’abbandono delle MGF, e Large Movements si unisce al confronto per un mondo libero dalle mutilazioni genitali.

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Elena Di Dio

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