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Aumentano i casi di razzismo e xenofobia: il ruolo della politica e dei media.

razzismo-xenofobia

Il discorso politico dell’ultima decade, in molti paesi europei, è stato caratterizzato dalla cronica e sistematica inclusione di una dialettica anti-migratoria. L’uso così consistente e permeante della stessa ha portato alla creazione di falsi miti, generando un senso di insicurezza crescente soprattutto nella popolazione italiana. Infatti, i cittadini hanno percepito l’arrivo dei migranti come un vero e proprio attacco non solo alla loro cultura ma alla vita di tutti i giorni. Questa è la situazione che la penisola italiana si trova ad affrontare da almeno cinque anni. Pertanto, in un contesto sociale in cui il pregiudizio contro le minoranze si accentua sempre di più, consequenziale è stata la veloce ascesa dei nuovi partiti populisti. Contemporaneamente, gli attacchi sempre più violenti contro le minoranze – contenenti una matrice razziale – hanno continuato a crescere di numero.

È quindi possibile che la dialettica utilizzata tutt’oggi da leader politici e parlamentari e le politiche portate avanti in questi anni dai vari esecutivi possano aver avuto un effetto dannoso sulla già instabile situazione in cui risiede il paese?

Innanzitutto, cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.

Razzismo, xenofobia e pregiudizio

Il razzismo e la xenofobia sono due fenomeni che hanno pervaso le società di tutto il mondo. Il pregiudizio, il loro predecessore, può essere definito come un’avversione connessa a generalizzazioni fallaci. Pertanto, c’è una differenza sostanziale anche fra i concetti di pregiudizio e discriminazione. Il primo è alla base di ogni tipo di esperienza reale o fisica, potremmo quindi dire che esiste a priori. Il secondo, d’altro canto, viene definito principalmente come un’azione che tende a favorire o danneggiare un particolare individuo in un determinato contesto. Tuttavia, nella pratica i due termini sono utilizzati come sinonimi.

Anche razzismo e xenofobia sono due termini che hanno radici diverse: il primo è legato ad uno scontro, basato su un giudizio morale, con diversi gruppi di appartenenza; il secondo, rappresenta una paura che culmina con il compimento dell’atto discriminatorio. Il razzismo, infatti, è un confronto tra il gruppo di appartenenza e “l’altro”, in cui quest’ultimo è considerato inferiore per aspetti culturali o biologici. La xenofobia invece è l’effetto di una paura immotivata dell’altro, che viene visto come una minaccia per la sicurezza individuale o comunitaria.

Negli anni si sono affermate teorie economiche che sostengono che crisi economiche straordinarie, abbinate a percezioni di minacce specifiche nei confronti dell’identità culturale del gruppo, possano peggiorare i comportamenti razzisti. Infatti, il ruolo giocato dal contesto economico e sociale è stato identificato come un background essenziale per la costruzione di identità collettive che influenzano l’incremento di forme di nazionalismo. Quindi, considerando sia la situazione economica che i trend migratori, potremmo assistere alla creazione di nuovi pregiudizi.

Il paradosso del concetto di sovranità

Esaminando quanto detto, si può affermare che: le politiche di integrazione, il livello di fiducia negli altri, e la teoria sul pregiudizio precedentemente detta, possono spiegare il più alto o basso tasso di inclusività nelle società europee.

A questo va aggiunto che, nel contesto europeo, c’è un preoccupante aumento dei movimenti populisti, che, “sfruttando” i diversi scenari di crisi sociale, raggiungono le frange nazionaliste più estreme della popolazione che lodano il razzismo principalmente nei discorsi pubblici e in quelli privati.

Il concetto “dell’invasione dei confini” che spesso viene rilanciato nei predetti discorsi ha radici antichissime. Si fonda sul concetto stesso di sovranità, nato nel 1648 dal Trattato di Westfalia in concomitanza con il moderno principio di Stato-Nazione. Lo Stato viene concepito come completamente indipendente e autoregolatore, garante del controllo su chi può o non può entrare. Quindi, quando un migrante entra irregolarmente in un territorio Statale, sorge un problema di perdita di sovranità dello Stato stesso.

D’altro canto, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, siglata dagli stati membri dell’ONU, garantisce all’articolo 13 il diritto di libera circolazione e residenza. Inoltre, al suo comma 2 troviamo anche il diritto di poter lasciare o ritornare in ogni paese, incluso il proprio paese d’origine.

Possiamo vedere quindi come queste due norme siano in conflitto fra loro. Dunque, se un individuo ha il diritto di poter lasciare il proprio paese e di libera circolazione, ma, nel frattempo, uno Stato si basa sul principio di sovranità ed ha, quindi, diritto di veto assoluto su chi può entrare o non può entrare nei suoi territori, e se, in epoca moderna, non vi sono territori del tutto liberi da qualche forma di controllo statale, dove può andare un individuo senza che lo Stato stesso possa lamentare di aver subito una perdita di sovranità?

Per sopperire a questo problema, i paesi europei hanno rafforzato le procedure di controllo delle frontiere. Tuttavia, queste politiche securitarie hanno portato all’effetto contrario. Gli stati non si sono resi conto che costruendo muri ed eliminando completamente l’opportunità per cittadini di paesi terzi di entrare regolarmente nel paese, hanno solo aumentato il profitto del mercato nero favorendo, quindi, scafisti e trafficanti.

Il ruolo dei mezzi di informazione

Ruolo fondamentale nel propagarsi delle nuove ondate di razzismo e xenofobia è svolto dai media, la cui dialettica si incentra sulla “minaccia” o “crisi” migratoria che per anni ha contribuito all’assegnazione di un’accezione criminale della figura del migrante. Questo, è stato ulteriormente supportato da varie leggi, che sono state varate in alcuni paesi europei portando alla criminalizzazione dell’entrata irregolare nel paese – come è avvenuto in Italia nel 2002 con l’emanazione della Legge Bossi-Fini.

Un ulteriore problema di sicurezza è rappresentato dal terrorismo. Migranti di fede mussulmana, infatti, vengono considerati un rischio per la sicurezza. Nel tempo questo stigma ha creato una sorta di xenofobia internazionale: l’islamofobia. Ciononostante, l’islamofobia non è l’unica xenofobia riportata. Infatti, c’è un aumento importante anche nella discriminazione per ragioni biologiche, ossia basata sul colore della pelle.

In questo contesto, le parti estremiste della politica europea stanno acquisendo sempre maggiori consensi, favorite anche dalla crisi economica che ha colpito duramente gli stati del Mediterraneo e dall’appoggio dei vecchi partiti conservatori che preferiscono schierarsi con i suddetti movimenti per raggiungere il maggior numero di elettori possibili.

La situazione in Italia

Sin dagli anni ‘60 la penisola italiana ha assistito ad una migrazione proveniente da quelle che erano le vecchie colonie del Regno d’Italia: Eritrea, Etiopia e Somalia. Successivamente, negli anni ‘80 si è assistito ad un aumento degli arrivi di richiedenti asilo dal Nord Africa e dall’Africa Sub Sahariana, un pattern migratorio che dalla fine degli anni 90, inizio del 2000, si è spostato ai vicini paesi Balcani, ed ha dato origine a flussi migratori della comunità albanese. Ciononostante, anche se ad oggi le statistiche confermano che il primo gruppo per cittadinanza a risiedere in Italia proviene dalla Romania, seguito dal Pakistan e solo successivamente dai paesi del Maghreb e dell’Africa Sub Sahariana, sono questi due ultimi gruppi i più vulnerabili al pregiudizio ed agli abusi razziali. Un’interpretazione di questa tendenza potrebbe alludere al fatto che negli ultimi anni i media si sono concentrati sulla “minaccia proveniente dal mare”. Questo, accompagnato al leggero aumento del trend migratorio dall’Africa Sub Sahariana causato da vari conflitti interni e dal cambiamento climatico, potrebbe aver comportato una rinnovata rilevanza della componente biologico-razziale tra gli elementi di riferimento nella matrice del razzismo.

Nell’ultimo decennio, infatti, la penisola ha mostrato una propensione al razzismo progressivamente marcata. Stranamente però, studi dimostrano che la crisi economica non ha influenzato questo aumento del pregiudizio. Apparentemente, i comportamenti discriminatori nei confronti degli immigrati dipendono dal livello di felicità individuale, dall’istruzione, dalla fiducia negli altri e dall’opinione politica. La comunità italiana, quindi, sembra più preoccupata del fatto che i migranti possano minare la vita culturale del paese, più di quella economica.  

In questo contesto, le elezioni del marzo 2018 sono state istruttive. Infatti, la posizione emersa durante le campagne elettorali e dopo la susseguente formazione del governo ha contribuito alla forte legittimazione di discorsi xenofobi e razzisti all’interno del paese. Effettivamente, all’inizio del 2019 molte testate giornalistiche hanno avanzato l’idea di un sostanziale incremento negli attacchi di matrice razziale soprattutto a spese dei migranti. Ciò potrebbe essere stato alimentato dalla tolleranza di discorsi razzisti da parte della maggioranza e dalla legittimazione all’odio causata dallo spazio mediatico concesso a individui noti per le loro strategie di comunicazione che giocano sull’intolleranza.

Difatti, i crimini di matrice razzista sono sempre più comuni. Purtroppo, data la mancanza di un sistema di aggregazione dei dati a livello nazionale, è difficile identificare le tipologie di attacchi e la loro intensità. Questa mancanza crea, inoltre, problemi di trasparenza e di responsabilità sui reati di matrice razziale.

Per questo motivo anche giornalisti indipendenti hanno cercato di mappare e numerare gli attacchi. Alcuni dati statistici parlavano di una media di una aggressione ogni due giorni dal 1° giugno 2018. Per questo motivo, a livello internazionale l’andamento della comunità italiana sta sollevando preoccupazioni significative: sia l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, che il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa hanno espresso le loro preoccupazioni per il peggioramento della situazione che i migranti si ritrovano ad affrontare.

Questo incremento è stato sottolineato anche dalle ultime due Relazioni al Parlamento dei Servizi Segreti. Possiamo vedere infatti, come nella Relazione del 2018 l’intelligence ha confermato un rinnovato vigore del panorama dell’estrema-destra. Quest’ultimi hanno adottato strategie di inserimento nella struttura sociale facendo leva sulla propaganda e sulle proteste contro la migrazione. Tale attivismo è stato caratterizzato da una dialettica altamente xenofoba e da una narrazione di forte intolleranza nei confronti degli immigrati. Questi estremisti, secondo i servizi d’intelligence, potrebbero aver contribuito ad ispirare alcuni atti di squadrismo, in ricordo del periodo fascista, contro la comunità migrante.

La Relazione del 2019 continua ad individuare la nascita di nuovi gruppi neonazisti che utilizzano la propaganda virtuale per accrescere le proprie fila tramite una dialettica di stampo razzista e xenofobo. Si è notato come, tramite quest’ultima, riescano ad attrarre ragazzi sempre più giovani, che di per sé risultano più vulnerabili ad una dialettica bivalente che da un lato garantisce loro un forte riconoscimento identitario, e dall’altra mira ad apportare dei cambiamenti nella società italiana. L’intelligence ha inoltre individuato come a parte i gruppi più organizzati e conosciuti sul territorio – che cercano di fare propaganda ed inserirsi in vari ambienti sociali utilizzando la narrativa delle problematiche socioeconomiche abbinate all’emergenza abitativa ed occupazionale ed alla minaccia migratoria -, ci siano una varietà di altre mini-fazioni, alcune delle quali esistono solamente online. Caratteristiche comuni a tutte sono: l’insofferenza della migrazione, del multiculturalismo e delle istituzioni europee. Queste le retoriche che poi hanno portato ai contrasti avvenuti nella Capitale contro i centri di accoglienza ed agli scontri violenti susseguitisi alla consegna di alloggi a stranieri ed a Rom.

L’azione legislativa del governo giallo-verde ha legittimato questo tipo di dialettica. Infatti, i decreti Sicurezza, tutt’oggi in vigore, hanno incrementato la vulnerabilità della popolazione migrante che da un giorno all’altro si è ritrovata senza un tipo di protezione, quella umanitaria, che era presente in Italia sin dal 1998 tramite la Legge Turco-Napolitano (per approfondimento sulle conseguenze concrete per migliaia di persone si rimanda ai nostri articoli dedicati interamente al tema).

Inoltre, uno degli aspetti più controversi del decreto, che la Corte Costituzionale ad agosto 2020 ha dichiarato illegittimo e quindi abrogato, era l’articolo 13 che sanciva che il permesso di soggiorno non valeva più come titolo per l’iscrizione anagrafica. Conseguentemente, un richiedente asilo in possesso di valido permesso di soggiorno non avrebbe più potuto iscriversi all’anagrafe del comune di residenza. Il richiedente pertanto, non avrebbe potuto prendere né la residenza né richiedere altri documenti anagrafici nel comune, come la carta d’identità. Negli anni successivi quindi, la stessa persona non avrebbe potuto richiedere un nuovo permesso di soggiorno in quanto incapace di certificare la sua residenza.

Possiamo notare dunque che l’effetto finale di queste norme era portare all’irregolarità e quindi alla criminalizzazione persone che altrimenti non solo sarebbero state regolari ma sarebbero risultate legittimamente titolari di diritti di protezione. Ciò ha favorito la dialettica propagandistica di determinati partiti, che quotidianamente si battono per imprimere nell’immaginario collettivo – a volte alterando dati e realtà oggettive – l’immagine del “migrante come criminale che deve essere cacciato in ogni modo dal nostro territorio”.

Forte aumento crimini d’odio e vuoti normativi

Le statistiche dell’OCSE sul numero di crimini d’odio, infatti, riportano un allarmante aumento dal 2015 in poi degli stessi sul territorio italiano. Aumento che ad oggi non accenna a rallentare.

A questi numeri bisognerebbe aggiungere inoltre tutti quei casi non catalogati crimini d’odio a causa di varie scappatoie legislative. Infatti, ad esempio, secondo la Legge Mancino, per essere rubricato come crimine a sfondo razzista, il motivo razziale deve essere l’unica circostanza aggravante che si sia verificata altrimenti il delitto non può assolutamente classificarsi come crimine di matrice razziale. Inoltre, si dovrebbero anche considerare tutti quei casi che non sono nemmeno stati segnalati. Infatti, poche persone conoscono le protezioni legali a cui hanno diritto in caso di abuso e di discriminazione o le organizzazioni che possono offrire supporto nei casi sopra menzionati. Difatti, meno del 10% dei migranti testimonia di abusi e denuncia questi casi alle autorità.

Purtroppo, nemmeno una pandemia globale è riuscita a fermare queste violenze. Al contrario, forse questa pandemia ha aumentato l’intolleranza verso la popolazione migrante riaccendendo anche vecchie discriminazioni.

Possiamo infatti notare come, durante il mese di febbraio, la paura fosse incentrata sulla comunità cinese perché additata di aver portato il virus in Europa ed in Italia. D’altro canto, i media nazionali, che riportano di sbarchi avvenuti a Lampedusa ed in Sicilia, continuano a suffragare l’idea che costoro siano i primi portatori del virus in Italia.

In un contesto così precario, come quello che stiamo vivendo oggi a causa di una minaccia invisibile che ci ha tenuto a casa per mesi e che ha fatto crollare l’economia italiana, questa narrazione mediatica ha deciso di puntare il dito contro un capro espiatorio, rappresentato dai richiedenti asilo, ossia persone che hanno ancor meno diritti rispetto alla popolazione italiana. Come da un lato è vero che la prudenza e l’attenzione devono essere fondamentali in un momento delicato come quello in cui stiamo vivendo, così, dall’altro lato, non bisognerebbe fomentare il pregiudizio puntando il dito per scaricare le proprie frustrazioni contro chi è completamente privo di diritti.

Infatti, dalla fine del lockdown abbiamo assistito quasi immediatamente alla ripresa degli attacchi di stampo razzista.

Il 9 luglio a Tor San Lorenzo è avvenuta un’aggressione fisica e verbale contro una ragazza romena portatrice di handicap.

Il 25 luglio a Verona è stato tirato un pugno ed è stata aggredita verbalmente una dodicenne romena con il pretesto che non portava la mascherina.

L’ultima l’11 agosto a Vicenza dove un poliziotto – senza mascherina- ha inseguito e praticato una stretta al collo pericolosissima ad un ragazzo cubano che non voleva presentare i documenti.

Questi sono solo degli esempi di quello che sta continuando ad accadere tutt’oggi nella penisola. La pandemia globale, infatti, potrebbe solo esasperare i comportamenti di stampo xenofobo e razzista che in questi anni sono stati in perenne aumento. Questo, però, non dipende da un virus proveniente da Wuhan, ma dalla perenne e persistente dialettica utilizzata dalla politica e coadiuvata dal discorso mediatico.

Una dialettica che identifica un capro espiatorio su cui scaricare le proprie pene ed i propri peccati e lo trova in una minoranza che, in quanto tale, differisce dalla maggioranza: la popolazione migrante.


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