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26 Giugno 2021: Giornata Internazionale per le vittime di tortura.

Oggi ricorre la giornata internazionale per le vittime di tortura.

Questa giornata è stata istituita il 12 dicembre 1997, tramite la Risoluzione 52/149 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che ha proclamato il 26 giugno Giornata internazionale delle Nazioni unite a sostegno delle vittime della tortura. Nel 50° anniversario dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite prese spunto dall’articolo 5 della Dichiarazione al fine di istituire tale giornata:

“Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Riconoscimento Internazionale

Il divieto di tortura, infatti, negli anni è diventato uno dei principi fondamentali all’interno del Diritto Internazionale, tanto da essere considerato da molti esperti uno dei principi jus cogens, ovvero, facente parte di quelle norme internazionali che vengono poste a tutela dei valori fondamentali di tutta la comunità internazionale, le quali, non possono essere in alcun modo derogate dagli stati.

Per questo, nel 1984, il diveto di tortura venne racciuso in uno dei fondamentali trattati sui diritti umani: la Convenzione contro la Tortura, i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumane e Degradanti, entrata in vigore il 26 giugno 1987. Le Nazioni Unite hanno inoltre riconosciuto la necessità di garantire un fondo per le vittime della tortura, per questo nel 1981, venne istituito il Fondo delle Nazioni Unite per le Vittime della Tortura, finanziato dai governi tramite contributo volontario.

L’articolo 1 della Convenzione definisce la tortura come:

“Qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.”

Per questo, la tortura viene indicata anche tra i crimini internazionali, è severamente proibita dal diritto internazionale e non trova giustificazione in nessuna circostanza in quanto essa nega la dignità stessa degli esseri umani, nonché le sue conseguenze spesso non si limitano al solo individuo ma possono essere trasmesse attraverso generazioni, portando quindi a cicli di violenza.

Ciononostante, a 37 anni dall’entrata in vigore della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, ratificata da 171 paesi, sui 194 che compongono il nostro mondo, molte nazioni continuano ad utilizzare tutt’oggi metodi rudimentali o sofisticati di tortura per estorcere informazioni, ottenere confessioni, mettere a tacere il dissenso o semplicemente come forma di punizione.

Riconoscimento in Italia

L’italia ha ratificato la Convenzione contro la Tortura nel 1989, tale trattato impone l’obbligo per i paesi ratificanti di inserire nel proprio codice penale una norma specifica che individui e punisca il reato di tortura. Ciononostante, L’Italia ha rimandato questa legge per quasi 30 anni. Fino a tre anni fa l’Italia non aveva un vero e proprio reato contro la tortura. Infatti, prima del 2017, bisognava ricorrere a termini come ‘lesioni’, o ‘abuso di mezzi di correzione’ per riferirsi a reati di tortura, per i quali le pene non erano proporzionate agli accaduti. Il 14 luglio 2017 il Parlamento italiano vota una norma che inserisce il reato di tortura nel proprio codice penale. Secondo l’articolo 613bis il reato di tortura è punibile dai 4 ai 10 anni. Ciononstante, tale ritardo nell’introduzione della norma, ha fatto sì che bisogni ancora construire un’idonea giurisprudenza e una precisa comunicazione intorno a questo tema.

 Infatti, alcuni casi di tortura arrivano più failmente all’attenzione dei media italiani grazie ad inchieste, intercettazioni e alla facile ricostruzione dei fatti. Sfortunatamente, in altri casi, sono ancora i parenti delle vittime a dover portare avanti un faticoso percorso di ricostruzione delle prove e dei fatti avvenuti e di una lunga procedura giudiziaria.

Bisogna dunque continuare sull’ondata positiva dell’introduzione dell’articolo 613bis al fine di non lasciare nulla all’impunità, per riuscire a prevenire simili comportamenti e a fare in modo che la violenza e i maltrattiamenti della dignità stessa delle persone non si verifichino mai più.

La situazione attuale.

Nonostante il divieto di tortura venga identificato da tutti come una delle basi fondamentali del diritto umano, ad oggi tale crimine continua ad essere perpetrato sistematicamente in alcuni stati del mondo.

Ad esempio, Il 26 febbraio 2011, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la Risoluzione 1970 (2011), deferendo la situazione in Libia dal 15 febbraio 2011 al Procuratore della Corte Penale Internazionale. Il Consiglio ha invitato il Procuratore a pronunciarsi semestralmente in merito alla situazione in Libia.

Il 5 Maggio 2020, è stato rilasciato il 19° rapporto del Procuratore della Corte Penale Internazionale sulla situazione in Libia. Nel rapporto in merito alla situazione dei migranti nel paese, ed ai crimini perpetrati sistematicamente su migranti e rifugiati, si legge che “L’Ufficio rimane preoccupato per i rapporti che indicano che migranti e rifugiati in Libia continuano a essere regolarmente sottoposti a detenzione arbitraria, uccisioni illegali, sparizioni forzate, torture, violenze sessuali e di genere, rapimenti a scopo di riscatto, estorsioni e lavori forzati.”

Questo rapporto, unito a molte altre denunce ed alla giurisprudenza delle Corti nazionali, regionali ed internazionali, ritrae un quadro che mostra che i migranti in Libia sono continuamente e sistematicamente sottoposti a torture, trattamenti disumani o degradanti. Dopo 37 anni dall’introduzione della Convenzione contro la Tortura è deplorevole ancora continuare ad assistere a tali crimini senza che i propri perpetratori vengano assicurati alla giustizia. Noi di Large Movements oggi vogliamo schierarci a fianco di tutte le vittime di tortura e dar loro visibilità e sostegno.

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Sara Massimi

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