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DECOSTRUIAMO GLI STEREOTIPI: I MIGRANTI MUSULMANI SONO TUTTI TERRORISTI?

“Stando ai discorsi di qualcuno […]

Ogni Imam sta organizzando un attentato terroristico.”

Canta Willie Peyote nel brano “Io non sono razzista ma…”.

Ed infatti si è diffusa nell’opinione pubblica la credenza che i migranti provenienti da Paesi arabi e/o musulmani praticanti siano tutti (o in larga parte) terroristi. Ma questo da cosa ha origine?

Tutti ricorderanno quanto accaduto l’11 Settembre del 2001, la caduta delle Torri Gemelle ed il profondo senso di sconvolgimento misto a paura e stupore che questo evento ha avuto nella società occidentale. Per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale una tragedia epocale si era verificata sotto i “nostri” occhi, migliaia di vite spezzate e stavolta in diretta tv.

L’attentato fu rivendicato da una costola legata al gruppo terroristico nato in Afghanistan negli anni Ottanta noto come Al Qaida, determinando una profonda e del tutto insanata rottura tra il mondo Occidentale e quello Islamico. Come spiega l’autrice Ravenna nel suo libro “Odiare”, gli atti di terrorismo generano una chiusura cognitiva e sociale, aumentando la tendenza alla divisione dall’intera comunità percepita come interamente responsabile delle azioni di alcuni singoli individui.

Questa frattura è stata poi ulteriormente rinforzata da una serie di attentati terroristici avvenuti in diverse città europee tra il 2015 ed il 2016, per la maggior parte rivendicati dall’ISIS. Nello stesso periodo – complici la guerra in Siria ed in Yemen, la crisi libica ed in generale gli effetti delle primavere arabe – i flussi migratori dalla cosiddetta Penisola araba crebbero ed i media, subito seguiti dalla politica, iniziarono a parlare di “crisi migratoria” (o anche “crisi dei rifugiati”). Vale la pena ricordare che l’unico motivo per il quale si parlò di crisi era che per la prima volta l’Europa ha avuto a che fare con numeri ingenti di rifugiati da dover gestire ma, in nessun Paese membro, Italia compresa, questo maggiore flusso ha portato effettivamente ad un blocco totale (e quindi alla crisi) dell’apparato statale e del sistema di accoglienza. Inevitabilmente però, il trittico del tutto infondato “terrorismo” – “migrazione” – “crisi” veniva riproposto dai media ogni volta che avveniva un attentato.

La motivazione che ha portato alla diffusione di questa associazione tra migrazione, crisi e terrorismo ci viene chiarita dalla sociologia: la persona migrante, infatti, viene percepita dalla società come portatrice di disordine, diventando automaticamente un criminale pericoloso. Questo tipo di rappresentazione, come abbiamo visto, viene fornita e poi diffusa proprio dalle fonti di informazione che, nella maggior parte dei casi, quando raccontano di persone migranti lo fanno solo in occasione di fatti di cronaca.

Da questo consegue che parole come “clandestini”, “extracomunitari” e “musulmani” vengano utilizzate per generalizzare comportamenti negativi, problematici e/o minacciosi. Questo processo in sociologia viene definito come “devianza putativa”: l’attributo di “deviante” dato ad una persona non trova fondamento oggettivo nel suo comportamento. Di conseguenza la frase “i musulmani sono tutti terroristi” poggia interamente su un assunto tanto stereotipato (quindi soggettivo) quanto falso, ossia quello secondo il quale tutte le persone di fede musulmana e/o provenienti da un contesto culturale musulmano adottino comportamenti pericolosi per la collettività – ovviamente occidentale.

Un’altra diretta conseguenza della narrativa parziale, erronea e stereotipata che i media hanno adottato raccontando gli attentati terroristici avvenuti nel mondo occidentale è quello che il sociologo Ulrich Beck chiamava presentificazione della catastrofe: ossia, un rischio si costruisce nel momento in cui un fenomeno viene associato ad un danno possibile.

La compresenza di attacchi terroristici e l’aumento dei flussi migratori sul suolo europeo, dunque, hanno favorito la fabbricazione di un nesso tra i due eventi da parte dei media che implicitamente hanno cominciato a diffondere l’idea che gli attentati terroristici siano diretta conseguenza di un aumento di rifugiati sul territorio. Questo collegamento ha valore performativo: fornisce una narrazione che permette di giustificare politiche di esclusione e respingimento. L’unica soluzione applicabile per evitare che avvengano attentati terroristici sul territorio occidentale è la chiusura verso l’esterno, la chiusura dei confini.

Come dimostra la professoressa Galantino in uno studio condotto su alcune testate giornalistiche italiane e tedesche tra il 2015 e il 2016, nel 40% degli articoli è presente un nesso causale esplicito tra migrazioni e terrorismo, in poche parole si afferma che le migrazioni sono la causa degli attentati.

Questo collegamento però non rispecchia la realtà dei fatti, come spiega il Ministero della Difesa solo lo 0,00002% era un attentatore su un milione di rifugiati arrivati nel 2015 – una percentuale irrisoria ed assolutamente non significativa. Come spiega anche lo studioso Bertolotti “l’essere migrante non sarebbe una condizione scatenante per l’adesione al terrorismo”.

Il caso italiano

In Italia durante il periodo preso in esame (2015-2016) la questione “terrorismo – migrazione” venne strumentalizzata da alcuni partiti politici che fecero della “lotta all’immigrazione” il proprio cavallo di battaglia, cavalcando i sentimenti di paura ed insicurezza diffusesi nell’opinione pubblica a seguito degli attentati di quegli anni. Ad esempio, alcuni leader politici hanno più volte ribadito che non bisogna costruire moschee, arrivando ad affermare che bisognerebbe addirittura prediligere la lingua italiana all’interno di questi luoghi di culto. Il massimo picco di questo sentimento anti-islamico lo ha raggiunto il Veneto nel 2016 quando ha approvato la “Normativa per il governo del territorio e in materia di paesaggio” anche nota come “legge anti-moschee”.
Questo sentimento di paura nei confronti dei fedeli musulmani è riconducibile alla paura della diversità e dell’alterità; tuttavia, affermare che tutte le persone di religione musulmana siano dei (potenziali) terroristi è completamente fuorviante ed irrazionale. In realtà come spiega il sociologo Jabbar “jihad letteralmente può essere tradotto con “sforzarsi”, “applicarsi”. Nella tradizione islamica jihad fi sabil Allah significa “impegnarsi sulla via di Dio” e non contiene alcuna implicazione di natura violenta od aggressiva”. Lo sforzo maggiore richiesto ad un fedele è quello di vivere in armonia seguendo gli insegnamenti religiosi. Si devono distinguere lo jihad minore – inteso come sforzo del musulmano verso la comunità e quindi concernente la sfera pubblica – dallo jihad maggiore – che rappresenta lo sforzo di auto perfezionamento individuale e che si sviluppa, invece, nella dimensione privata. Quando il Corano parla di “guerra” (harb) o “combattimento/lotta” (al-qital) bisogna leggere questi termini in chiave difensiva: il conflitto è lecito dunque, solo nel caso in cui bisogna rispondere ad un grave attacco. Il Corano cita anche “Combattete sulla via di Dio coloro che vi combattono, ma non oltrepassate i limiti, ché Allah non ama gli eccessivi”. Questo passaggio è fortemente indicativo del fatto che gli atteggiamenti estremisti non sono approvati dalla religione musulmana.
Come non si può negare che vi siano delle persone che interpretano le parti del Corano in maniera estrema, lo stesso vale per altre fedi religiose. A mero titolo di esempio, ricordiamo che i cristiani hanno realizzato le Crociate e dato vita a delle sette reazionarie, violente e volte a sovvertire la società (e quindi terroristiche) ma non per questo si afferma che tutti i cristiani siano dei sanguinari anti-infedeli.

Tirando le somme…

Nei casi dei vari attentati terroristici del 2015-2016 che hanno colpito alcune grandi città europee il nesso con i rifugiati musulmani non ha alcuna evidenza scientifica. A riprova di questa affermazione, si ricorda che gli attentatori individuati erano in particolare persone di seconda generazione oppure europei convertiti. Sono occidentali in tutto e per tutto e soprattutto, molti di loro dimostravano scarsi legami con le moschee. Vivono in un contesto sociale che spettacolarizza la violenza e ne sono affascinati, soprattutto quando la narrazione che gli viene proposta è un immaginario fatto di eroi. Spesso la loro radicalizzazione, infatti, avviene tramite il web. Per questo sempre più tra gli studiosi si parla non tanto di radicalizzazione dell’islam bensì di un’islamizzazione del radicalismo.

I giovani che si radicalizzano cercano delle risposte per sconfiggere l’isolamento della loro generazione, lo jihadismo è solo un movimento (violento) di risposta al disagio giovanile. Quindi prima il giovane si radicalizza in quanto vive una situazione di disagio, emarginazione e rabbia che lo spinge a cercare una propria identità ed un posto nel mondo. È a questo punto che individua nell’ideologia jihadista la possibilità di canalizzare i propri sentimenti.

Tuttavia, bisogna specificare che “Non tutti coloro che avviano un processo di radicalizzazione lo portano a termine. Può essere solo una fase, di crisi e disorientamento del soggetto che poi si ferma. Non tutti si radicalizzano con gli stessi tempi. Non tutti si radicalizzano per le stesse ragioni (religiose, personali, di vendetta, di reazione ai genitori, di fascinazione alla violenza, per psicosi mentale) e negli stessi luoghi (carcere, moschea, web, tramite contatti casuali) Se la radicalizzazione è un processo, il radicalismo è il suo risultato, la sua fase finale. Ha senso parlare di radicalismo violento solo se il presunto radicalizzato sta attraversando l’ultima fase della radicalizzazione, ovvero il coinvolgimento.

Il problema di identificare il gruppo “migranti musulmani” come terroristi sta nella rappresentazione che si fa del fenomeno: identificarli come responsabili di attentati fa di loro un capro espiatorio e legittima le società di accoglienza a chiudersi all’interno dei propri confini, demarcando con ancora più forza la distinzione tra “noi” e “loro” e rafforzando stereotipi e preconcetti.

Accettare ed avvallare la criminalizzazione dell’Islam e delle persone migranti (o dei rifugiati) ne comporta l’esclusione sociale. Non tutti gli attentati terroristici sono messi in atto da migranti musulmani ma, come abbiamo visto, questo nesso è stato fabbricato e diffuso dai media nel corso degli anni. Questo ha portato ad “inchiodare gli uomini musulmani a un’unica definizione che ne legittima l’esclusione”.

In conclusione, ancora una volta, è interessante notare come sia la narrazione di un fenomeno che modula e definisce il comportamento che le persone hanno nei confronti del fenomeno preso in esame. Tanto che, nel caso specifico, le rappresentazioni che tentano di dissociare le questioni migratorie dalla minaccia terroristica sono state spesso etichettate come “buoniste” – termine utilizzato con accezione dispregiativa. L’Islam non è una religione che di per sé porta alla radicalizzazione piuttosto l’alienazione, l’isolamento sociale, la marginalizzazione, portano verso un’ideologia estremista.

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