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REGOLARIZZAZIONE DEI MIGRANTI IRREGOLARI: perché è necessaria per garantire la sicurezza di tutti durante la Fase 2

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Negli ultimi giorni si è parlato molto della necessità di regolarizzare i migranti irregolari presenti sul nostro Paese per poter garantire l’effettiva ripresa in sicurezza della Fase 2.

E’ stato presentato un appello firmato da 360 tra economisti, giuristi, immunologhi, virologi ed esperti di migrazione. Noi di Large Movements vogliamo aderire all’appello e spiegarvi i vari motivi che hanno portato professionalità così diverse a sollevare la stessa problematica e proporre la stessa soluzione.

Background economico-statistico

Prima di entrare nel merito della trattazione, è opportuno capire quale fosse la fotografia del fenomeno migratorio italiano al momento in cui è stato deciso il lockdown.

Come evidenzia l’ISPI (Istituto degli Studi di Politica Internazionale) nel suo ultimo rapporto aggiornato al 31 Gennaio 2020: “La rimodulazione della protezione umanitaria (che oggi prende il nome di protezione per casi speciali) ha portato a un crollo della protezione per i richiedenti asilo che non ottengano né lo status di rifugiato, né la protezione sussidiaria.

Mentre nella prima parte del 2018 i dinieghi di protezione si attestavano intorno al 55% del totale delle richieste esaminate, a settembre 2019 erano saliti all’80%.

Il numero di stranieri irregolari che si stima siano presenti in Italia continua a crescere. Dopo aver toccato un minimo inferiore alle 300.000 unità nel 2013, a gennaio 2020 si stima che le presenze irregolari siano più che doppie, superiori alle 600.000. Per dare un’idea delle dimensioni del problema, ai ritmi attuali (7.000 rimpatri l’anno) per rimpatriare tutti i 610.000 irregolari presenti nel paese occorrerebbero 87 anni.”

Questo accade quando un governo riduce i livelli di protezione riservato ai richiedenti asilo senza però essere in grado di aumentarne i rimpatri verso i paesi di origine.

Ed è esattamente la situazione nella quale versa l’Italia a seguito dell’adozione del Decreto Sicurezza entrato in vigore ad Ottobre del 2018 e del quale noi di Large Movements ci eravamo già occupati.

Secondo il rapporto ISPI 2020 “I rimpatri al mese dall’Italia verso paesi terzi sono diminuiti del 3% nel periodo del governo Conte I (quando Ministro dell’Interno era Matteo Salvini) rispetto a quelli effettuato dal governo Gentiloni (con al Viminale Marco Minniti).

Nei primi quattro mesi del governo Conte II, i rimpatri sono aumentati del 7% rispetto al periodo precedente. Si tratta di cifre simili che, più che una differente “performance” tra governi, dimostrano quanto sia difficile aumentare il numero di rimpatri effettuati ogni anno (circa 7.000).”

Il perché di questa difficoltà ci viene spiegato proprio dagli esperti che hanno firmato l’appello in commento i quali hanno dichiarato che “In linea di principio, come sostenuto da forze politiche del nostro Paese, gli irregolari potrebbero essere espulsi. I dati recenti insegnano però che, neanche nella stagione politica nella quale il ministro dell’interno ha sostenuto con forza questa strategia, i “risultati” delle politiche di rimpatrio sono stati significativi.

L’espulsione di massa degli irregolari si è dimostrata non praticabile per diversi motivi (onerosità dei costi complessivi di identificazione e trasferimento nei paesi di origine, difficoltà di stipulare accordi con i paesi di origine). Tanto meno si può pensare sia praticabile per sventare i rischi sanitari di cui sopra in breve tempo e in un momento difficile come questo”.

Una regolarizzazione necessaria

Il tema della regolarizzazione dei migranti irregolarmente presenti sul territorio UE è stato introdotto per la prima volta nel dibattito riguardante le misure da adottare per far fronte all’emergenza sanitaria attuale già dal 27 Marzo 2020, quando il Portogallo dichiarò che avrebbe concesso un permesso di soggiorno temporaneo anche a quei migranti che erano in attesa dell’esito dell’esame della loro richiesta.

Numerosi esperti di varie discipline italiani si sono cominciati ad interrogare sull’opportunità di adottare una misura similare anche per l’Italia.

Tale misura infatti risulta essere necessaria ed urgente non tanto per motivi umanitari – non ancora condivisi da tutti – ma soprattutto per motivi socio-economici che potrebbero cambiare le sorti del nostro Paese.

Anzitutto, queste persone appartengono alla fascia più vulnerabile della popolazione e come tali rischiano di diventare uno dei maggiori fattori di rischio per la nascita di nuovi focolai di contagi. Questo perché spesso molti di loro vivono in ambienti piccoli e sovraffollati e per di più si rivolgono ad un medico solo qualora versino in condizioni drammaticamente gravi. Tale reticenza è legata proprio alla loro condizione di irregolarità: non avendo possibilità di accesso legittimo al sistema sanitario nazionale (SSN), molti hanno paura che il rivolgersi al medico possa aumentare il rischio di essere rimpatriati[1].

La gravità di questa situazione da un punto di vista prettamente sanitario si fa ancor più evidente prendendo in esame la dislocazione geografica di questi migranti, dato questo che si può ricavare dal PIL prodotto dai migranti regolari. E’ verosimile ritenere che queste persone siano attirate nelle regioni in cui ci sia più lavoro ed in questo il network gioca un ruolo fondamentale. Spesso infatti gli irregolari fanno affidamento sulle esperienze riportate loro da altri migranti che sono giunti in Europa prima di loro e queste esperienze agiscono come dei veri e proprio “pull factors” per i migranti, attirandoli verso una regione piuttosto che l’altra.

Come rilevato dal rapporto del 2019 della Fondazione Leone Moressa, oltre un quarto della ricchezza prodotta dagli stranieri regolarmente presenti in Italia si concentra in Lombardia (22,8%), Lazio (14%), Emilia-Romagna (10,8%) e Veneto (10%).

Tre su quattro delle Regioni sopra citate sono quelle più fortemente colpite dal COVID-19. E la stragrande maggioranza si concentra proprio in Lombardia.

Questo ha portato gli esperti a dichiarare nel loro appello che, qualora non dovesse intervenire una regolarizzazione generale dei migranti, si rischierebbe di vanificare le probabilità di successo delle attività di somministrazione dei test sanitari e del tracciamento e monitoraggio di massa necessarie affinché la Fase 2 possa avere esito positivo.

Nel loro appello gli esperti mettono in guardia anche in merito alla necessaria generalizzazione delle regolarizzazioni.

Attualmente c’è una proposta di legge che sta circolando all’interno delle Commissioni parlamentari riguardante un’ipotesi di regolarizzazione dei migranti ma questa limiterebbe la concessione di tale beneficio solo al settore dell’agricoltura.

I migranti irregolari sono presenti in quasi tutti i settori produttivi del Paese per cui una sanatoria settoriale, che di fatto escluderebbe la maggioranza degli irregolari presenti in Italia, non ridurrebbe il rischio della nascita di nuovi focolai che sfuggirebbero così ai necessari controlli sanitari.

Un altro dei motivi addotti dagli esperti in sostegno alla proposta di regolarizzazione dei migranti è che la stessa sottrarrebbe manovalanza alla criminalità che da sempre ha sfruttato questi lavoratori. E con il forte rischio attuale che associazioni a delinquere o criminali si arricchiscano riuscendosi ad infiltrare negli ingranaggi che muoveranno l’imminente Fase 2 del nostro Paese, il ridurre una delle loro maggiori fonti di reddito contribuirebbe a recidere gli innumerevoli “tentacoli della piovra” – parafrasando il Giudice Falcone.

Noi di Large Movements ci siamo occupati in precedenza di questo fenomeno, focalizzandoci sul settore agricolo. Questo modello però è ampiamente diffuso in qualsiasi settore produttivo.

Anticipando le obiezioni che potrebbero essere sollevate da alcune componenti politiche ed imprenditoriali del Paese, gli esperti nel loro appello hanno sottolineato come “L’improvvisa scarsità di stagionali stranieri a seguito della chiusura delle frontiere per la pandemia ha evidenziato come i mercati del lavoro non siano in realtà così flessibili da ipotizzare una facile sostituzione tra lavoratori italiani e stranieri, lontani per mansioni e localizzazione.

La regolarizzazione dei lavoratori stranieri avrebbe in questo caso un potenziale doppio beneficio. Rendere più facile lo spostamento tra diverse aree di chi già si trova nel nostro paese e, attraverso la sanatoria e la regolarizzazione, ridurre quelle condizioni di scarsa dignità e precarietà che rendono purtroppo il lavoro degli immigrati irregolari più “competitivo” rispetto a quello di lavoratori italiani che non accettano quelle condizioni”.

Per di più, come affermato dall’INPS in una sua recente nota, nei settori bloccati dal DPCM del 22 Marzo 2020 sono presenti il 4% in più di immigrati irregolari piuttosto che nei servizi essenziali. Se una sanatoria non interviene gli stessi torneranno a rivolgersi al lavoro sommerso e si assisterà dunque ad un inasprimento delle condizioni di sfruttamento degli stessi.

In ultimo, nell’appello in commento, gli esperti sottolineano come i maggiori controlli delle condizioni e degli ambienti di lavoro renderà ancor più complicato per i lavoratori in nero il poter effettivamente lavorare andando ad aggravarne le condizioni di vita già ampiamente precarie.

La proposta ed i suoi benefici

L’appello firmato dai 360 esperti di varie materie propone di attuare una sanatoria tramite la dichiarazione del datore di lavoro che consenta di ottenere un permesso di soggiorno e lavoro temporaneo. Tale permesso, una volta terminata l’attuale emergenza sanitaria, sarà poi sottoposto al normale iter previsto per il rilascio.

Per di più, dal momento che la regolarizzazione verrebbe effettuata per ragioni legate alla salute, si propone di rilasciare a tutti gli irregolari il permesso di soggiorno per asilo così da dar loro la possibilità di:

  • iscriversi al SSN ed al Centro per l’Impiego;
  • accedere alle prestazioni di assistenza sociale  

Grazie alla regolarizzazione quindi i migranti potrebbero versare i contributi e partecipare al gettito fiscale, andando così a finanziare l’impegno di spesa pubblica necessario per superare la crisi.

Dal momento che tipicamente si tratta di persone più inclini alla mobilità poi, questi sono i migliori candidati per rispondere al dinamismo ed al cambiamento repentino delle opportunità occupazioni in questo periodo di crisi.

Di fatto, se venisse data loro la possibilità, potrebbero contribuire ampiamente alla ripartenza dell’Italia in questa Fase 2.

Regolarizzazioni dei migranti nel passato

L’Italia è già ricorsa a meccanismi di sanatorie nel passato anche se quasi mai così generalizzate.

Vi è però un precedente storico che è opportuno richiamare perché i risultati registrati sono stati ampiamente positivi.

Ci si riferisce alla regolarizzazione avvenuta nel 2002 e collegata alle politiche migratorie della Legge “Bossi – Fini” che prevedeva la concessione della sanatoria per tutti quegli irregolari che erano in grado di dimostrare di aver lavorato per almeno 3 mesi a nero presso un datore di lavoro.

Anche in questo caso fu concesso un permesso di soggiorno temporaneo (di durata biennale) il quale sarebbe poi stato rinnovato solo se alla scadenza lo straniero fosse ancora intestatario di un contratto di lavoro.

L’INPS ha poi pubblicato nel 2018 la ricerca in merito agli effetti di questa sanatoria dei quali di seguito si riportano i principali:

  • le imprese che partecipano alla regolarizzazione sperimentano un aumento occupazionale nel breve periodo, ma l’effetto si riduce nel tempo. Non cambiano i salari pagati dalle aziende;
  • La regolarizzazione non ha effetti significativi sui colleghi dei lavoratori che vengono regolarizzati – il segmento di forza lavoro verosimilmente più colpito – né in termini di probabilità di occupazione né di salario mensile. Se un piccolo impatto c’è, è solo sui colleghi stranieri che hanno maggiore probabilità di cambiare impresa e soffrono di una riduzione di circa il 4 per cento dei salari mensili;
  • Nei primi cinque anni dopo la regolarizzazione, la permanenza nel mercato del lavoro formale dei lavoratori regolarizzati è estremamente alta. Circa il 75 per cento di loro risulta ancora regolarmente occupato, sebbene emerga una notevole mobilità, sia in termini di impresa che territoriale: solo il 18 per cento resta occupato nella stessa impresa che lo ha regolarizzato e circa la metà cambia provincia

L’assenza di effetti di rilievo sull’occupazione e sulle retribuzioni dei lavoratori autoctoni quindi suggerisce che non ci si deve preoccupare di un possibile spiazzamento dovuto all’immissione di nuova forza lavoro nel mercato formale.

Pertanto, si condivide appieno l’affermazione contenuta nell’appello in commento: “Le motivazioni umanitarie spesso non bastano a convincerci a realizzare passi avanti verso il progresso civile. Sarebbe però un grave errore per la nostra classe politica non fare quei passi quando queste s’incontrano, come in questo caso, con ragioni di convenienza ed opportunità


[1] La legge in questo non rassicura, lasciando facoltà di scelta al medico curante se denunciare o meno la situazione di irregolarità in cui versa il proprio paziente. Tale disposizione è stata tramutata in facoltà nel 2009, solo a seguito di una grande mobilitazione di protesta dell’Ordine dei Medici che altrimenti sarebbero stati obbligati a sporgere denuncia

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