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GIORNATA MONDIALE A SOSTEGNO DELLE VITTIME DI TORTURA 2020

Per “tortura” si intende qualsiasi atto con il quale un soggetto (normalmente un funzionario pubblico ma può anche trattarsi di qualsiasi altra persona che agisce a titolo ufficiale o con l’invito od il consenso dell’autorità pubblica) infligge ad un’altra persona dolore o sofferenze acute, fisiche o psichiche, per:

  • ottenere informazioni o confessioni;
  • punirla per un atto commesso o che è sospettata di aver commesso;
  • intimidirla od esercitare pressioni su di lei;
  • qualunque altro motivo basato su una qualsiasi forma di discriminazione.

È uno strumento di terrorismo non solo nei confronti delle vittime e dei congiunti ma verso l’intera società, perpetrato al fine di scoraggiare il dissenso verso chi esercita il potere.

L’attuale Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha definito la tortura come “un vizioso tentativo di infrangere la volontà di una persona” che trova il più vile riconoscimento nell’amministrazione della giustizia di alcuni paesi in cui la tortura è un ordinario mezzo di prova (la confessione resa sotto tortura costituisce piena prova di colpevolezza) e pena accessoria (il supplizio è parte integrante della condanna alla detenzione o alla morte).

L’eliminazione della pratica della tortura nel mondo ha costituito una delle maggiori sfide delle Nazioni Unite sin da pochi anni dopo la loro istituzione.

Anzitutto, l’ONU ha riconosciuto la necessità di assicurare assistenza alle vittime delle torture.

A tal fine, nel 1981, l’Assemblea Generale istituì il Fondo delle Nazioni Unite per le Vittime della Tortura, finanziato con contributi volontari dei Governi.

Nel 1984, la stessa Assemblea Generale approvò la Convenzione contro la Tortura, i Trattamenti e le Punizioni Crudeli, Inumani e Degradanti, entrata in vigore il successivo 26 giugno 1987.

Ad oggi, la Convenzione è stata ratificata da 105 Stati i quali hanno convenuto di qualificare la tortura come un reato perseguibile in base al proprio ordinamento interno.

Detti Stati hanno l’obbligo di fare rapporto al Comitato contro la Tortura – organo istituito nel 1987 per monitorare l’attuazione delle disposizioni della Convenzione ed assistere gli Stati firmatari nella loro applicazione. Il predetto Comitato è composto da 10 esperti, indipendenti, eletti dagli Stati che hanno ratificato la Convenzione, che svolgono le loro funzioni a titolo personale.

Con la risoluzione RES/52/149 del 18 febbraio 1998, in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo ed a dieci anni dall’entrata in vigore della Convenzione contro la Tortura, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha proclamato il 26 giugno Giornata internazionale delle Nazioni Unite a sostegno delle vittime della tortura.

Nel testo della Risoluzione si specifica che tale giornata è stata indetta prendendo spunto dall’art. 5 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il quale recita: “nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura, a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti”.

Questo articolo è uno dei capisaldi del diritto umanitario internazionale in quanto ha introdotto: (i) il divieto assoluto di tortura; (ii) il divieto di estradizione di una persona verso un altro Stato in cui rischi di essere sottoposta a tortura; (iii) la disciplina sulla pena per le persone che compiono atti di tortura e la loro estradizione; (iv) la disciplina di prevenzione e individuazione di casi di tortura.

Il 26 giugno è quindi un’opportunità per chiedere a tutte le parti interessate, compresi gli Stati membri delle Nazioni Unite, la società civile e gli individui di tutto il mondo di riunirsi a sostegno delle centinaia di migliaia di persone che sono state o sono tuttora vittime di torture.

Situazione attuale

Nonostante siano trascorsi più di 70 anni da quando la tortura è stata definita una pratica inumana e degradante, la stessa continua ad essere utilizzata negli ordinamenti giuridici di molti Paesi e, seppure in via informale, anche in quelli dei Paesi cosiddetti “più civilizzati”.

Tra le innumerevoli vittime che oggi stanno vivendo azioni di tortura nel mondo, vi è anche la vincitrice del Premio Sacharov per la libertà di pensiero nel 2012 Nasrin Sotoudeh.

Nasrin è un avvocato iraniana membro dell’Associazione dei difensori dei diritti umani; attivista impegnata nella difesa delle donne che si oppongono all’obbligo di indossare il velo e nel contrasto alla pena di morte.

Nasrin è stata arrestata il 13 giugno 2016 e condannata in contumacia a 33 anni di carcere e a 148 frustate per il suo attivismo per i diritti umani. Si trova attualmente detenuta presso prigione di Evin dove, secondo la notizia diffusa da Amnesty lo scorso 19 marzo, ha annunciato l’inizio di uno sciopero della fame per chiedere il rilascio di tutti prigionieri politici in Iran.

La Comunità internazionale ha chiesto la sua liberazione con formali provvedimenti, ad oggi rimasti tutti senza esito come la risoluzione 2018/2967(RSP).

Altro caso passato alla ribalta internazionale è quello dell’italiano Giulio Regeni, rapito, torturato ed ucciso da apparati egiziani in circostanze misteriose nel 2016, ancora oggetto d’indagine.

La vicenda di Giulio ha scosso tutta la comunità internazionale e merita che sia fatta luce su ogni accadimento e che vengano individuati i responsabili ma, a causa dei continui depistaggi del governo egiziano, la via per la verità sulla sua morte si fa sempre più tortuosa con il passare degli anni.

Menzione a parte merita invece la situazione presente in Libia, nei cui campi di transito o detenzione si registrano forme di violenza intollerabili e che hanno fatto registrare un aumento dei disturbi mentali nei rifugiati che sono stati detenuti là.

Atto tanto recente quanto tragico è stato il suicidio della giovanissima attivista egiziana Sarah Hegazy, la quale, incarcerata e torturata per le sue dichiarazioni a sostegno della comunità Lgbt, non si è mai più ripresa dai soprusi subiti.

Cosa succede in Italia?

L’ Italia ha ratificato la Convenzione il 12 gennaio 1989 ma la rubricazione della tortura come reato all’interno del nostro ordinamento giuridico ha visto la luce solo con l’art. 613 bis del Codice Penale, introdotto con la Legge 14/07/2017 n. 110.

La nuova fattispecie penale ha finalmente messo fine all’attribuzione delle pene previste per reati minori, come le lesioni o l’abuso di atti d’ufficio, a comportamenti delittuosi ben più gravi e gravemente lesivi dei diritti umani delle vittime.

Pur rientrando tra i Paesi più “civilizzati” al mondo anche l’Italia non è esente da casi di tortura.

Emblematico in tal senso è stato il caso di Stefano Cucchi, deceduto a seguito delle violenze subite durante la sua detenzione ed equiparate a tortura, come riconosciuto dal Procuratore Generale incaricato del caso.

Altre situazioni che hanno fatto parlare di sé per la brutalità alla quale sono ricorse le Forze dell’Ordine sono gli eventi del Bolzaneto durante il G8 del 2001 o quelli del Carcere di Asti del 2004 o ancora il caso di Dimitri Alberti nel 2010 a Cerea: casi che costarono una condanna all’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Quelli riportati, sono casi che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica ma quotidianamente queste forme di violenza vengono perpetrate ai danni di innumerevoli vittime invisibili che non hanno voce. Noi di Large Movements oggi vogliamo schierarci a fianco di tutte le vittime di tortura e dar loro visibilità e sostegno.

A tal fine invitiamo tutti i nostri lettori ad aderire all’hashtag #stoptortura lanciato in occasione dell’omonima campagna di Amnesty International affinché tutti siano coinvolti, adulti e giovani, e si possa stimolare la riflessione sui comportamenti errati, tali da provocare grave dolore o sofferenza nei confronti dei nostri simili.

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