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L’ESAME DELLA DOMANDA DI PROTEZIONE DEI MIGRANTI LGBTQ+: Un’ulteriore forma di discriminazione

L’art. 10 della Convenzione di Dublino annovera tra gli elementi che gli Stati Membri devono tenere in conto durante l’esame della domanda di un richiedente asilo o protezione sussidiaria, anche l’appartenenza ad un “particolare gruppo sociale”.  

Il legislatore europeo ha dunque precisato che “In funzione delle circostanze nel paese d’origine, un particolare gruppo sociale può includere un gruppo fondato sulla caratteristica comune dell’orientamento sessuale. L’interpretazione dell’espressione «orientamento sessuale» non può includere atti penalmente rilevanti ai sensi del diritto interno degli Stati membri. Ai fini della determinazione dell’appartenenza a un determinato gruppo sociale o dell’individuazione delle caratteristiche proprie di tale gruppo, si tiene debito conto delle considerazioni di genere, compresa l’identità di genere” 

Queste precisazioni sono di estrema importanza perché ci fanno capire che la disciplina europea garantisce protezione a coloro che scappano da regimi repressivi della propria identità od orientamento sessuale, indipendentemente dalla posizione del legislatore nazionale nei confronti della comunità LGBTQ+.  

L’eccezione inserita come compromesso diplomatico (ossia, la possibilità di negare la protezione qualora i comportamenti per i quali il migrante presenti domanda di asilo siano rubricati come reato nel codice penale nazionale del Paese di prima accoglienza) non ha più una base giuridica dal momento che, grazie ad una serie di condanne inflitte dalla Corte Europea di Giustizia a vari Stati Membri, l’orientamento sessuale non è più annoverato tra le condotte illecite in alcuna legislazione nazionale europea. 

Su questa tematica, la normativa italiana in materia di protezione internazionale è all’avanguardia. 

Grazie alle battaglie portate avanti da Franco Grillini e Gianpaolo Silvestri più di 10 anni fa infatti, è stato approvato un emendamento che estendeva la protezione internazionale ai richiedenti asilo perseguitati per ogni tipo di reato non previsto dal codice penale italiano. 

Per di più, la disciplina italiana che regola l’esame della domanda di protezione presentata dal migrante in virtù del proprio orientamento sessuale, non prevede alcun onere probatorio in capo allo stesso. Il migrante quindi non è obbligato a produrre le prove di aver subito violenze o discriminazioni personalmente per poter ottenere il permesso. 

Per il legislatore italiano infatti, è sufficiente che il proprio orientamento o comportamento sessuale siano criminalizzati nel Paese di origine per poter garantire la protezione umanitaria al richiedente. La ratio di questa scelta risiede nel fatto che spesso molti migranti reprimono la loro sessualità nella propria terra natia per paura di subire ripercussioni in ambito sociale, lavorativo e famigliare.  

Spesso infatti, la volontà di poter finalmente “vivere allo scoperto” è il motivo che spinge molti di loro a migrare pur non avendo mai subito direttamente alcun tipo di discriminazione, essendo riusciti a tener nascosto le proprie preferenze sessuali alle autorità. 

Questo ha reso l’Italia uno degli Stati Membri maggiormente inclusivi – quantomeno da un punto di vista giuridico – nei confronti dei migranti appartenenti alla comunità LGBTQ+. 

Purtroppo però nel resto d’Europa la situazione è ben diversa. 

Molti Paesi infatti, richiedono al migrante di produrre prove che attestino il proprio orientamento sessuale.  

Se il migrante non ha a modo di reperire dette prove allora le Commissioni di Inchiesta li sottopongono a dei test pseudo-psicologici ed anche a test medici con lo scopo di provare la loro omosessualità. Questi test non hanno valenza scientifica e sono stati grandemente screditati dalla comunità internazionale in quanto costringono i richiedenti asilo a subire trattamenti degradanti e lesivi della propria sfera privata durante l’esame della propria domanda di protezione.  

Un esempio emblematico è il test di valutazione fallometrica che è costata una condanna alla Repubblica Ceca da parte dell’Unione Europea. Questo test consiste nell’attaccare il migrante ad un macchinario che valuta il flusso emodinamico dei corpi cavernosi del pene, mentre viene sottoposto alla visione di lunghi filmati Hard esclusivamente eterosessuali.   

Se il risultato del test è negativo, ovvero non è stata rilevabile alcuna eccitazione durante la visione del filmato, la richiesta del cittadino viene valutata come congrua e posta all’ufficio competente per la restante procedura di accettazione; in caso contrario il cittadino viene dichiarato non attendibile e rispedito a casa. 

Altre volte, gli operatori che esaminano la domanda del migrante pongono allo stesso domande intrusive ed imbarazzanti e se ritengono che le risposte non siano in linea con quello che gli operatori stessi percepiscono come comportamento omosessuale, allora rigettano la domanda. 

Vediamo alcune testimonianze fornite dai migranti in tal senso, così da avere un quadro maggiormente chiaro della situazione: 

  1. Austria 
  • Non è stato riconosciuto lo status di rifugiato ad un ragazzo iracheno di 27 anni perché troppo femminile in quanto il ragazzo si “comportava come una donna” per cui, secondo le autorità responsabile dell’esame della sua domanda, stava fingendo di essere gay; 
  • Ad un ragazzo afghano di 18 anni è stato negato il permesso perché, sempre secondo le autorità, “né cammini, né ti comporti come un omosessuale. Né tanto meno i tuoi vestiti indicano che tu lo sia. Ci hanno detto che spesso ti trovi coinvolto in risse con i tuoi coinquilini. Hai chiaramente il potenziale per essere aggressivo e questo non è una cosa che ci si aspetta da un omosessuale.”; 
  1. Inghilterra
  • Un report confidenziale fatto trapelare ad una testata giornalistica britannica da un dipendente del Home Office rivela come on richiedente asilo bisex abbia dovuto rispondere a domande personali e disgustose riguardo alla sua sessualità come: “Hai messo il tuo pene nel fondo schiena di x?” e “Quando x ti penetrava, avevi un’erezione? X ha eiaculato dentro di te. Avete usato un profilattico?” Il documento rivela che durante le 5 ore di interrogatorio in un centro di detenzione inglese, all’uomo richiedente asilo è stato anche chiesto: “Che cosa ti attrae del posteriore degli uomini?” e “Che cosa ti eccita del modo di camminare degli uomini?”; 
  • Emblematico il caso di una ragazza dell’Uganda la quale si è vista rifiutare lo status di rifugiata nonostante in sede di esame della sua domanda abbia prodotto non solo prove fotografiche delle sue relazioni e del suo attivismo per i diritti LGBTQ+ nel suo paese, ma anche il ritaglio di giornale Ugandese nel quale c’è una sua foto e dove la si etichetta come lesbica esponendola, di fatto, a rivendicazioni da parte di chiunque la riconoscesse per strada.  Secondo l’Home Office Inglese la sua vita non sarebbe stata a rischio se deportata nuovamente in Uganda perché “era difficile che venisse riconosciuta una volta scesa a terra”, nonostante le sue foto e la sua storia fosse stata pubblicata dal giornale online;  
  1. Olanda: 
  • Un esempio emblematico è quello di un uomo di 26 anni iracheno al quale è stata negata la protezione da parte delle autorità “perché non parli nel giusto modo dell’omosessualità”.  I dati sui quali si sono basate le autorità olandesi durante l’esame della sua domanda erano che il ragazzo non conosceva la scena gay olandese e che non credevano al fatto che lui avesse una relazione con un ragazzo da qualche mese. Nel tentativo di provare la sua sessualità in appello, il ragazzo ha prodotto più di 150 foto della coppia e più di 20 lettere stese dai famigliari del compagno, dagli amici e da colleghi che lavorano con lui in una ONG – tutte attestanti la sua omosessualità. Nonostante questo, anche l’appello fu rigettato per gli stessi motivi; 
  • Ad un ragazzo iraniano bisessuale e cieco di 26 anni è stata negata la protezione perché, secondo il giudice, non andava ad abbastanza eventi LGBTQ+, non tenendo in conto che essendo cieco e non avendo alcuno che si prendesse cura di lui in Olanda, per lui è praticamente impossibile muoversi liberamente; 
  • Le autorità hanno dichiarato non credibile un rifugiato che chiedeva protezione in quanto omosessuale perché, pur essendo proveniente da un paese musulmano e di famiglia musulmana non era in grado di fornire dettagli specifici su come aveva scoperto di essere gay;  
  • Un richiedente asilo fu giudicato non attendibile perché aveva avuto una relazione etero e per le autorità olandesi questa è una contraddizione;  
  • Un rifugiato si è offerto di svolgere pratiche sessuali con altri uomini di fronte agli ufficiali pur di provare di essere omosessuale;  
  • Durante l’esame della sua domanda, un richiedente asilo si è visto costretto a produrre propri filmati amatoriali nei quali lo si vede svolgere pratiche sessuali con rappresentanti dello stesso sesso pur di convincere le autorità della veridicità della sua storia; 
  1. Germania: 
  • È uno degli Stati Membri che pone in essere le maggiori discriminazioni nei confronti dei migranti membri della comunità LGBTQ+ durante l’esame della loro domanda; 
  • Un esempio alquanto emblematico è quello di una donna trans libanese che si è vista rigettare la richiesta perché “ha attraversato il Mediterraneo dalla Turchia alla Grecia come un uomo, quindi non può essere etichettata come trans” nonostante abbia spiegato di averlo fatto per tentare di evitare di essere stuprata durante la tratta. 

Questi sono solo alcuni esempi di quello che succede nel resto d’Europa quando si deve andare a valutare la veridicità della richiesta di asilo di un migrante in virtù del proprio orientamento sessuale. 

Alcune richieste di asilo sono state rigettate sulla base del fatto che i richiedenti potevano “comportarsi discretamente e quindi evitare la persecuzione nei loro Paesi di origine – anche se questo è espressamente vietato dalle linee guida dell’Agenzia ONU per i rifugiati in merito alle richieste di asilo basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.  

Queste, insieme a molte pronunce della Corte Europea di Giustizia, forniscono i parametri che devono essere rispettati da tutti gli Uffici di Immigrazione dell’Unione Europea. 

Invece che condurre test medici inappropriati, valutazioni psicologiche, interrogatori invasivi o raccogliere prove sessualmente esplicite, gli ufficiali dovrebbero seguire chiare linee guida, essere formati sulle problematiche che devono affrontare minoranze di genere e/o sessuali, e mettere da parte le loro nozioni preconcette e fortemente influenzate dalla cultura occidentale su come lesbiche, gay, bisessuali e trans si dovrebbero comportare

La Corte Europea di Giustizia ha affermato che i test, che sono spesso basati su report psicologici, non sono essenziali per determinare se una persona sta dicendo la verità riguardo alla propria sessualità e che l’affidabilità di detti test è “al massimo, solo limitata”. 

La Corte asserisce che l’impatto di un report così intrusivo sulla vita privata delle persone è sproporzionato in relazione all’obiettivo da raggiungere in quanto rappresenta un’ingerenza particolarmente grave negli aspetti più intimi della vita del richiedente asilo.  

Qui possono essere trovati più dettagli sull’orientamento della Corte: 

https://www.sexualorientationlaw.eu/95-cjeu-ends-degrading-questioning-of-homosexual-asylum-seekers-european-union

Nonostante i legislatori europei ed internazionali negli anni abbiano cercato di intervenire per regolamentare al meglio le procedure di esame delle domande dei migranti LGBTQ+, tanta strada ancora c’è da fare. Le linee guida ci sono, ora occorre formare e sensibilizzare tutti gli operatori coinvolti nel processo altrimenti il cambiamento reale non interverrà mai.  

Abbiamo visto che molti governi sono reticenti ad adottare pratiche più inclusive e meno degradanti per il migrante LGBTQ+, sarà quindi la società civile a dover combattere in prima linea per far rispettare le discipline internazionali ed europee. 

Per maggiori informazioni sulla tematica e su cosa può fare la società civile, non perdete la nostra intervista al Dott. Maria Coppola – Segretario particolare del Viceministro per gli Affari Esteri e la Cooperazione Internazionale, Emanuela del Re 

2 Comments

  1. Siamo in Italia; abbiamo bisogno che i nostri parlamentari: quelli che fanno le leggi, non le infrangano, e che siano preparati, le facciano per il paese e non per i loro gruppi. Per cultura generale, bisognerebbe pubblicare questo articolo e anche altri che rilevate alla loro attenzione. Si fanno tante riforme più o meno utili e nessuno pensa mai di riformare il parlamento …

    1. Questo articolo dovrebbe circolare il più possibile, e questo sarebbe l’intento, per sensibilizzare sulla tematica ma l’ottica qui è cercare di esportare il nostro modello giuridico di accoglienza – che almeno sulla carta è il più inclusivo e meno discriminatorio di tutti – in tutto il resto d’Europa. In questo caso non c’è da riformare il Parlamento, almeno non per una tematica come questa dove siamo comunque all’avanguardia rispetto al resto dell’UE (anche se si può sempre migliorare); c’è da fare advocacy in Parlamento Europeo ed in Commissione Europea affinché gli altri Stati Membri si uniformino almeno su un modello con garanzie minime come questo. E dal momento che quando vengono a galla particolari inquietanti come quelli raccontati nell’articolo, il massimo che l’UE fa è applicare sanzioni che ovviamente lasciano “il tempo che trovano”, sta alla società civile iniziare a fare pressione affinché il legislatore europeo sia più intrusivo in tal senso

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