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FAST FASHION E DIRITTI VIOLATI: Live fast die young

Il Fast Fashion (o “moda veloce”) è un settore dell’abbigliamento che negli ultimi anni è stato soggetto ad una fortissima crescita e diffusione, diventando un comparto di grande vitalità e modificando radicalmente il mondo della moda – sia nella sua componente organizzativa-produttiva, sia dal punto di vista della sua concezione da parte del cliente.  

I marchi appartenenti a questa realtà (quali Zara, H&M, Mango) realizzano abiti di bassa qualità vendendoli poi a prezzi super ridotti. Questo meccanismo di produzione, quindi, permette a detti brand di far arrivare all’interno dei loro negozi nuovi prodotti con cadenza settimanale e nuove collezioni vengono lanciate continuamente ed in tempi brevissimi. 

La concitatissima velocità di fabbricazione di questi capi – massimo 15 giorni tra l’individuazione di un nuovo trend e la sua realizzazione industriale – corrisponde anche alla durata di utilizzo degli stessi. 

Questi indumenti, complice il prezzo stracciato d’acquisto, vengono spesso indossati solo per poche settimane per poi essere gettati e/o sostituti da nuovi, proiettando l’individuo all’interno di un circolo vizioso di consumismo spasmodico dal quale difficilmente riuscirà ad uscire.  

Il prezzo che possiamo leggere sui cartellini di questi abiti non rende però minimamente conto del vero costo dietro alla fabbricazione di ognuno di essi: la promessa di capi alla moda, ma economici che rendono il vestirsi di tendenza accessibile a tutti è soltanto un bel tappeto persiano sotto il quale vengono nascoste tonnellate di polvere.  

Polvere che rappresenta centinaia di migliaia di lavoratori sfruttati, sottopagati, maltratti e disumanizzati.  

Polvere che rappresenta migliaia di vite perse in incidenti legati alle condizioni di lavoro dei dipendenti delle fabbriche di fast fashion.  

Polvere che vede il mondo della “moda veloce” come il secondo settore economico più inquinante al mondo.  

In questo articolo cercheremo di sollevare il tappeto per scoprire insieme cosa vi si nasconde sotto.  

Quale è il vero prezzo della fast fashion? 

I brand di fast fashion, per poter essere in grado di offrire i loro prodotti ad un prezzo così basso, subappaltano la produzione dei loro capi a fabbriche situate in paesi periferici, nei quali le tutele dei lavoratori sono decisamente inferiori a quelle che si possono trovare negli ordinamenti europei o del Nord America.  

Parliamo di paesi come il Bangladesh. in cui principi come un salario minimo dignitoso od orari di lavoro umani non sono contemplati dall’ordinamento legislativo nazionale e nei quali i grandi marchi, facendo leva sulla mancanza di alternative e sulla povertà della popolazione locale, possono arrivare agevolmente a retribuire la manodopera locale da $1,90 a $2,40 al giorno, nonostante una giornata di lavoro tipo si componga di circa 12 ore (dati presi dalla Rosita Factory in Bangladesh riportati nel documentario “Fashion victims” di Sarah Ferguson).  

La politica del ribasso che vede i grandi marchi sempre in cerca di prezzi più convenienti, ha portato i proprietari di queste fabbriche tessili (conosciute con il nome di Sweat Shops) a tagliare i costi di produzione ed aumentare la produttività, in modo da poter essere maggiormente competitivi sul mercato e continuare a percepire i profitti minimi necessari a mantenere in vita la loro attività.  

Il taglio dei costi si compone di due diversi aspetti: un abbassamento del salario degli operai ed una riduzione dei fondi investiti per la manutenzione e la conservazione dell’edificio, con conseguente ulteriore riduzione delle tutele per i lavoratori ed aumento di violazioni dei diritti umani.  

Questo aumento della produttività si traduce, infatti, in un sempre più disumano sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici nelle fabbriche attraverso metodi poco ortodossi e, se esaminati alla luce degli standard minimi internazionali, illegali. 

A titolo di mero esempio, tra queste pratiche sono annoverate: quella di chiudere a chiave gli operai all’interno del luogo di lavoro in modo da non permettergli di uscire o fare pause oppure la chiusura delle porte spesso accompagnata dall’affissione di sbarre alle finestre, sempre per ottenere lo stesso risultato.  

Ma questi metodi non si fermano soltanto a misure strutturali andando anche oltre: all’interno degli Sweat Shops del Bangladesh molte donne hanno testimoniato di essere state vittime di violenza fisica (come schiaffi o calci) perpetrate dai loro supervisori ai fini di incentivarne la produttività e portare a termine in tempo gli ordini effettuati dai marchi di fast fashion.  

È proprio questa necessità di offrire i propri servizi a prezzi sempre più bassi da parte dei proprietari delle fabbriche che rende l’intero sistema malato: ci troviamo in una situazione in cui gli stessi sfruttatori sono sfruttati e costretti a continuare a sfruttare se vogliono sopravvivere sul mercato, generando così un ricatto perverso difficile da interrompere senza alcuna legge nazionale a tutela dei diritti dei lavoratori.  

Le violazioni continuano anche in modo indiretto 

Il fenomeno diventa ancora più grave se si pensa che gli individui coinvolti nella catena di violazione dei diritti non sono solo i lavoratori, ma anche i loro figli.  

Spesso, infatti, i genitori sono obbligati a portare con loro i bambini nei luoghi di lavoro in quanto non hanno nessuno a cui poterli affidare. Questo fenomeno – purtroppo diffusissimo – sottintende una violazione del diritto all’avere un’infanzia del bambino, che già dai primi anni di vita si deve recare in fabbrica, venendo quindi costretto a vivere per la maggior parte delle ore quotidiane in ambienti insalubri, sottoponendolo a gravissimi rischi per la salute.  

Spesso l’unica alternativa è quella di mandare i propri figli a vivere con i parenti nei villaggi di appartenenza degli operai in modo da poter avere qualcuno che si prenda cura di loro. Questa “alternativa” però, lede fortemente lo sviluppo del fanciullo che si trova a vivere lontano dalle scuole e soprattutto dai propri genitori che, per via degli stipendi miseri, molto spesso possono permettersi di sostenere il costo del viaggio per recarsi dalla città al loro villaggio solo una volta all’anno. 

Ma non sono solo le persone a venir danneggiate dal fast fashion. 

Anche l’ambiente, infatti, viene fortemente colpito: se da un lato, il livello di inquinamento prodotto è secondo soltanto a quello dei trasporti aerei, dall’altro, le pratiche utilizzate per poter avere continuamente a disposizione nuove materie prime non rispettano i normali cicli biologici della natura e stanno portando alla distruzione degli ecosistemi di intere nazioni.  

I tessuti, infatti, prima ancora di essere cuciti ed assemblati negli Sweat Shops devono essere prodotti partendo dalle materie prime e, con l’aumentare del fabbisogno di capi d’abbigliamento a basso costo, aumenta sempre di più la necessità di avere ingenti quantità di materiali con cui fabbricarli – primo tra tutti il cotone.  

Il fast fashion quindi, così come ha distrutto la divisione del ciclo produttivo in stagioni – su cui si basavano le collezioni del prêt-à-porter e dell’haute couture -, ha anche distrutto il naturale ciclo di coltivazione, raccolta e lavorazione delle piante dalle quali vengono prodotti i tessuti, attraverso l’utilizzo di organismi geneticamente modificati.  

Multinazionali di biotecnologie agrarie, infatti, tra le quali spicca la Monsanto, producono semi OGM che permettono di coltivare piante che germogliano prima, riducendo il tempo di attesa tra la semina e la mietitura, e che resistono meglio agli agenti sfavorevoli – quali le intemperie o i parassiti – diminuendo il numero di piante che muoiono prima della raccolta.  

Questa pratica delle coltivazioni di OGM ha creato una vera e propria schiavitù poiché dove vengono piantati questi semi nulla può più crescere in maniera naturale, generando una vera e propria dipendenza dai semi ibridi in quanto gli unici capaci di crescere nei terreni che da loro stessi sono stati resi sterili.  

La dipendenza biologica del terreno si traduce in una dipendenza economica dei contadini nei confronti delle multinazionali – uniche dispensatrici di questi semi modificati le quali, consce del loro monopolio, modificano arbitrariamente i prezzi dei semi senza tener conto della povertà dei coltivatori generando così un circolo vizioso di indebitamento talmente pesante che spesso l’unico modo che questi contadini hanno per “poterne uscire” è quello di togliersi la vita.  

La violazione del diritto alla Terra della popolazione locale (fortemente leso da queste pratiche che impoveriscono ed inquinano il terreno) quindi, si accompagna anche alla violazione del diritto più fondamentale dell’uomo ossia quello alla vita. 

In India, dove la grande disponibilità di terreno e l’assenza di tutele per i lavoratori hanno attratto fortemente le multinazionali (prima tra tutte la Monsanto), negli ultimi anni sono stati registrati 15 mila suicidi da parte dei contadini, 10 mila di questi connessi alla coltivazione di cotone.   

Dalle violazioni in punto di diritto agli incidenti reali 

Le poche tutele prestate ai lavoratori degli Sweat shops spesso portano a tragedie che vedono gli operai essere privati della loro vita dallo stesso sistema che gli ha proibito di viverla in maniera dignitosa. La chiusura delle porte, unita alle sbarre alle finestre, raggiunge perfettamente lo scopo: impossibilitare gli operai ad andare via, impedendogli però di uscire anche quando vorrebbe dire salvarsi la vita. 

Nel 2013, in soli 18 mesi ci sono stati 43 incendi in fabbriche del Bangladesh, molti dei quali hanno mietuto vittime per via dall’impossibilità dei lavoratori di poter scappare ritrovandosi rinchiusi vivi in quello che era diventato un vero e proprio forno crematorio.  

Il maggior esempio di condizioni di lavoro non dignitose che portano alla morte dei lavoratori è rappresentato dal caso Rana Plaza del 2013: uno Sweat shop di otto piani situato in Bangladesh è crollato durante una giornata lavorativa per via della mancata manutenzione dovuta ad una spasmodica politica di riduzione dei costi ed alla costruzione di nuovi piani abusivi per aumentare il numero di lavoratori al suo interno e, quindi, di vestiti prodotti.  

Il crollo ha causato circa 1130 morti ed ha lasciato più di 2500 persone ferite o mutilate ed inabili al lavoro – che in un paese come il Bangladesh vuol dire incertezza per la propria sopravvivenza – mentre le famiglie delle vittime ed i feriti hanno ricevuto solo circa 200 dollari come risarcimento delle loro perdite e solo 7 dei 29 marchi che si servivano della fabbrica per produrre i loro capi si sono offerti di finanziare il fondo fiduciario per il Rana Plaza.  

Questo del Rana Plaza è, purtroppo, solo uno degli esempi di quello che succede quotidianamente in queste aree remote – dove le multinazionali continuano a subappaltare la produzione dei loro capi, ancora oggi allo stesso prezzo di più di quindici anni fa. 

Quando poi i lavoratori si uniscono per cercare di migliorare la loro situazione chiedendo uno stipendio minimo che permetta loro di condurre una vita dignitosa e/o di ottenere condizioni di lavoro più umane, le richieste sono accolte con repressioni violente da parte dei capi delle fabbriche o della polizia. 

A mero titolo di esempio, si citano due esempli eclatanti di cui i giornalisti d’inchiesta negli anni sono riusciti a trovare le prove (anche se non si è mai arrivati ad una definizione in giudizio delle responsabilità reali): 

  • nel 2013 nella Rosita Factory in Bangladesh a seguito di una manifestazione degli operai – che chiedevano una busta paga adeguata – i proprietari dell’edificio hanno risposto picchiando i lavoratori, licenziandone 300 e minacciando di morte i capi del sindacato se gli stessi avessero continuato a portare avanti qualsiasi tipo di richieste; 
  • nel 2014 a Taiwan la manifestazione organizzata dai lavoratori dell’industria tessile per chiedere una legge nazionale che riconosceva il diritto ad un salario minimo, è stata repressa dalle autorità utilizzando armi sui manifestanti, causando varie morti.  

Come si è evinto da quanto sopra riportato, il tappeto del fast fashion nasconde montagne di polvere, il problema è che sembra che nessuno soffra d’asma! 

Troppo spesso di fronte a situazioni di semi (se non completa) schiavitù e di denaturalizzazione dell’esistenza umana viene “chiuso un occhio”, negando assistenza a coloro che rischiano ogni giorno la vita per permetterci di comprare una maglietta nuova a 5€.  

Ed è qui che dobbiamo entrare in gioco noi: attraverso le nostre grida possiamo chiedere che a questi lavoratori, a questi essere umani, vengano riconosciuti i diritti che gli spettano per nascita, dando voce a coloro che sono stati “messi in muto” da un sistema capitalistico che li costringe a continuare a sacrificarsi nell’ombra per poter rispondere alle sempre crescenti richieste del mercato occidentale. Mentre usciamo sorridenti dopo aver fatto shopping in un negozio di Zara, Mango o altri marchi di fast fashion, una famiglia sta piangendo la madre morta perché bruciata viva durante un incendio dal quale non è riuscita a scappare per via delle sbarre alle finestre.  

Mentre ordiniamo su internet il sesto paio di jeans del mese, una ragazzina di 14 anni sta lavorando già da 12 ore per poter portare a casa la stessa somma che noi spendiamo per prendere un caffè al bar. E mentre buttiamo via vestiti che hanno ancora il cartellino attaccato, un contadino si sta togliendo la vita perché la somma dei debiti che ha verso la Monsanto è più elevata di qualsiasi stipendio abbia percepito durante la sua esistenza.  

Quando leggiamo il prezzo di un capo d’abbigliamento di fast fashion dobbiamo quindi chiederci: quanto è costato davvero? Quante vite è costato? E quanto è costato alle vite degli altri? 

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Gianluca Del Tosto

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